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Focus Ucraina (e ampi dintorni) /17

  22/03/2025

Di Redazione

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Rassegna della stampa correlata

Fondazione Circolo Rosselli

“La lezione di Altiero Spinelli: senza una visione ambiziosa dell'unità europea non si faranno neppure i passi graduali cui il realismo politico può costringerci.”

La sede del Parlamento Europeo a Bruxelles è articolata su due edifici collegati da un transetto. Uno di questi è intitolato ad uno statista di quella nazione, Paul Henri Spaak, e l'altro all'italiano Altiero Spinelli. Che uno dei due edifici sia intitolato ad un'importante personalità belga certo non sorprende, ma che sia un italiano a dare il suo nome all'altro, è qualcosa che non può non inorgoglirci.

È il simbolo dell'importanza assunta, a livello europeo e non solo italiano, dalla battaglia europeista di Altiero Spinelli.

Oggi, a ottant'anni di distanza, vogliamo ricordare una tappa significativa di questa battaglia: la sua prima conferenza pubblica dopo la liberazione dal Confino di Ventotene, subito dopo il congresso costitutivo del Movimento Federalista Europeo svoltosi a Milano in casa di Mario Alberto Rollier, cui si dovette l'organizzazione anche di questa conferenza.

Mario Alberto Rollier era valdese; professore universitario di chimica, insegnava a Milano, ma aveva la sua casa di famiglia a Torre Pellice, la piccola “capitale” delle Valli Valdesi. Aveva aderito al Partito d'Azione e in seguito diventerà un esponente del Partito Socialista Democratico Italiano.

Nella seconda edizione delle sue memorie, pubblicate col titolo “Come ho imparato a diventare saggio”, Spinelli scrive: “Tenni la mia prima conferenza federalista sotto lo sguardo protettore di un grande ritratto di Cromwell, che era ancora ricordato in quelle valli per avere indotto con le sue navi minacciose il re sabaudo a rinunziare alle angherie che infliggeva ai suoi sudditi calvinisti. La sua immagine sembrava ora assicurarci che ancora una volta i discendenti del suo popolo erano vicini alle coste per aiutarci.” Una considerazione -aggiungiamo noi- - che rende ancora più amara la Brexit britannica.

La sala in cui si svolse la conferenza è stata individuata nel retrobottega della “Farmacia Antica Muston” di Torre Pellice edificio in cui si inaugura oggi la lapide celebrativa dell'avvenimento. Da ricerche ulteriori di cui ringrazio l'archivista della Tavola valdese Gabriella Ballesio, è stato possibile stabilire che in realtà gli incontri furono due. A quello della Farmacia Muston ne seguì domenica 5 settembre 1943, alle 21 un secondo, verbalizzato, presso la Società di Studi Valdesi, ed è presumibile che, quando Spinelli parla del ritratto di Cromwell si riferisca a questo. Tra i partecipanti all'incontro presso la Società di Studi Valdese, non posso non ricordare mio padre, Giorgio Spini, allora ventisettenne.

In Val Pellice, e nelle Valli Valdesi in genere, era molto forte il Partito d'Azione che avrebbe dato vita ad una divisione partigiana “Giustizia e Libertà” destinata a scrivere una pagina importante e gloriosa nella Resistenza piemontese e italiana.

Non solo, ma le tradizioni di difesa della libertà religiosa e di autonomia della popolazione di queste valli, e la proiezione europea della Chiesa Evangelica Valdese verso le Chiese Riformate e protestanti, rendevano Torre Pellice un terreno fertile per un'iniziativa federalista europea. Era pertanto un luogo del tutto adatto per questa prima, importante, uscita pubblica.

Quindi, ottant'anni dopo, un luogo particolarmente significativo per la sua visita, Sig. Presidente, che può assumere così un duplice aspetto. Da un lato di affermazione di continuità con l'azione europeista di Altiero Spinelli e dall'altro di incontro con la Chiesa Evangelica Valdese e Metodista che ha aperto la strada all'attuazione dell'art.8 della nostra Costituzione sulle Intese, una realizzazione di libertà e di pluralismo in campo religioso.

Come era arrivato Altiero Spinelli al pensiero federalista europeo.

Altiero Spinelli era stato arrestato e condannato dal tribunale speciale come militante comunista nel 1927, ma aveva maturato in carcere il suo dissenso verso il comunismo e lo stalinismo, ed era stato quindi espulso dal Pci nel 1937, con tutte le conseguenze di isolamento che questo comportava. Si trovava allora al confino nell'isola di Ponza e nelle sue memorie ricorda come fossero stati il socialista Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, e il giellista Francesco Fancello ad essergli amichevolmente vicini in quei difficili momenti.

Dopo il periodo trascorso a Ponza era avvenuto il trasferimento a Ventotene, dove aveva trovato, come abbiamo detto, Ernesto Rossi, l'antico compagno dei Rosselli nel “Non Mollare”, esponente di Giustizia e Libertà, ed Eugenio Colorni socialista, studioso di filosofia.

Con loro Spinelli, rimasto libero da vincoli politici, e in fase di riflessione sugli indirizzi da prendere, (si sarebbe successivamente iscritto al Partito d'Azione) discusse ed elaborò quel “Manifesto per un'Europa libera e unita”, la pietra miliare del pensiero federalista. All'inizio di quell'elaborazione si era in un contesto drammatico e tremendo. In quel momento, l'Inghilterra resisteva da sola all'offensiva vittoriosa della Germania di Hitler, cui si era accodata l'Italia fascista di Mussolini, mentre il patto Hitler-Stalin aveva neutralizzato l'Urss e gli Usa, com'è noto, non erano ancora entrati in guerra. Ebbene in quel momento così buio scaturì una riflessione e un'iniziativa nuova, una prospettiva di speranza per l'avvenire. Il testo, nella sua elaborazione, fu terminato nel 1942 dopo l'attacco hitleriano all'Urss. Ursula Hirschmann riuscì a portare clandestinamente il Manifesto a Roma e a Milano e a raccogliere le prime adesioni.

L'idea sottostante al Manifesto Federalista era che il nazionalismo aveva portato alle due guerre mondiali che si erano scatenate in Europa e che solo un assetto federalista delle nazioni e dei popoli del nostro continente poteva scongiurare il pericolo di nuove guerre e portare a una pace duratura. Un'idea che andava dichiaratamente oltre i partiti tradizionali che si stavano ricostituendo nelle loro nuove o antiche forme e che, secondo Spinelli, se avessero ristretto la loro azione nei confini nazionali non avrebbero estirpato la causa delle guerre mondiali. Occorreva invece una rivoluzione politica concettuale per affrontare alla radice le cause che avevano portato al fascismo e al nazismo e costruire una nuova civiltà.

Troviamo in questa vicenda un altro futuro presidente della Repubblica. Nel primo dopoguerra Luigi Einaudi, con lo pseudonimo di Junius, aveva scritto una serie di articoli sul “Corriere della Sera” favorevoli ad una federazione europea e li aveva raccolti e pubblicati in un libro, “Lettere politiche” pubblicato con Laterza nel 1920. Questo libro era conosciuto da Ernesto Rossi, che era un suo discepolo, e che a Ventotene l'aveva fatto a sua volta leggere a Spinelli. Rossi, come professore di economia aveva l'autorizzazione a corrispondere con Einaudi, che gli mandò alcuni libretti della letteratura federalista inglese, fra cui quello di Lionel Robbins, “The economic causes of war”. Da lì scocca in Spinelli la scintilla di quel pensiero, che perseguito con forza e di tenacia di intenti, ha fatto di lui il campione italiano ed europeo del federalismo. Nel dopoguerra, quando nel 1948 si svolge il Congresso del Movimento Federalista Europeo, Luigi Einaudi, che lì a poco sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica, vi partecipò. Una bella foto lo ritrae con il suo basco in testa in una pausa al caffè con Spinelli e Rossi.

Eugenio Colorni non poteva figurarvi più: dopo la riunione fondativa del MFE a Milano, era andato a Roma, dove aveva pubblicato clandestinamente il Manifesto e partecipato attivamente alla Resistenza. Capo Redattore dell'Avanti! doveva morire il 30 Maggio 1944 colpito dai militi fascisti della banda Koch.

Un'altra delle radici federaliste era quella rosselliana, cui Ernesto Rossi apparteneva. Carlo Rosselli si era vigorosamente pronunciato per gli Stati Uniti di Europa già nel 1935 con il suo articolo dal titolo eloquente, “Europeismo o fascismo” pubblicato il 15 maggio di quell'anno. sul periodico “Giustizia e Libertà”.

Voglio ricordare che nel suo esilio londinese, già, nel 1929, dal canto suo don Luigi Sturzo parlava di «un concreto e alto ideale, quello degli Stati Uniti di Europa».

Non c'è qui il modo e il tempo per illustrare le tappe della lunga battaglia europeista di Spinelli, se non per sommi capi. La vicenda, del resto, è stata ben descritta da Piero Graglia nel volume Altiero Spinelli e dagli altri autorevoli storici qui presenti a cominciare da Alfonso Giordano. Ci si limiterà, quindi, a riportarne alcuni tratti.

Spinelli collaborò strettamente con Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, un convinto europeista, nel progetto della Comunità Europea di Difesa (Ced), fallito per la bocciatura subita nel Parlamento francese nel 1954. Successivamente, negli anni Sessanta, fu chiamato Pietro Nenni a collaborare a redigere i programmi di politica europea del Psi e a consigliarlo quando il leader socialista assunse per la seconda volta il ministero degli esteri nel dicembre 1968.

In seguito, Spinelli fu commissario europeo dal 1970 al 1976, nominato dal governo italiano in una terna di esperti di area socialista presentata dal Psi. Nel 1979 fu eletto al Parlamento Europeo, nelle prime elezioni dirette, nelle liste del Pci che, nel frattempo, aveva maturato la sua scelta in senso europeista. Al Parlamento Europeo Spinelli costituì un intergruppo federalista che fu denominato il Club del Coccodrillo dal nome del ristorante in cui si riuniva e si dedicò all'elaborazione di un progetto federalista. 14 febbraio 1984 fu approvato dal Parlamento europeo il suo Progetto di Trattato per l'Unione Europea: era la concretizzazione e la sanzione da parte di questo supremo organo democratico del Manifesto del 1942. Spinelli non era più un profeta disarmato.

Il progetto di un Trattato per l'Unione Europea venne approvato dal Parlamento europeo, ma non dai governi e quindi non entrò in vigore. Costituì peraltro un potente stimolo verso i successivi passi in avanti che furono compiuti sulla strada dell'Unione Europea, a cominciare dall'Atto Unico Europeo del 1986.

I passi avanti compiuti dal 1942 sulla strada dell'unità europea sono stati enormi. Si tratta di una costruzione ancora unica al mondo, anche se il nostro augurio è che si sviluppino in questo senso altri organismi continentali o subcontinentali che si sono nel frattempo costituiti, come per esempio l'Unione Africana. Ma, non essendo stata compiuta fino in fondo la strada federalista, l'Unione Europea è continuamente di fronte al problema di raggiungere il consenso di tutti i suoi stati membri per compiere gli ulteriori passi in avanti necessari ad affrontare le situazioni di crisi. Non è retta, come dovrebbe, da una vera e propria Costituzione. Personalmente ho avuto l'onore di far parte della Convenzione per l'Avvenire dell'Europa nel 2000-2001, che redasse un Trattato che aveva il carattere di “Costituzionale” che fu poi bocciato da alcuni referendum nazionali, per cui si dovette ripiegare sul meno incisivo e ambizioso Trattato di Lisbona. Ora il Parlamento Europeo si è pronunciato nuovamente sulla necessità di arrivare ad un trattato costituzionale e speriamo che la prossima legislatura, che si avvierà l'anno prossimo 2024, possa rilanciare questo obiettivo, cui l'Italia deve dare il suo contributo.

Il padre dell'Europa Comunitaria, Jean Monnet, aveva scritto nel 1954: “Ho sempre pensato che l'Europa si sarebbe fatta nelle crisi e che sarebbe stata la somma delle soluzioni che si sarebbero trovate per queste crisi”.

È stato profetico: sia la pandemia del Covid 19, con le sue conseguenze economiche e sociali, sia la guerra scatenata dalla Russia con l'invasione dell'Ucraina hanno messo l'Europa di fronte all'alternativa tra reagire unitariamente e quindi compiere decisivi passi in avanti sulla sua costruzione unitaria, oppure di fatto smarrire la sua missione. L'Unione Europea ha saputo tenere di fronte a prove del genere e con il Next Generation Eu, che per l'Italia si traduce nel Pnrr, ha compiuto un ulteriore salto di qualità, con l'emissione di titoli di debito europei per sostenere quell'iniziativa finalizzata alla ripresa economica e sociale dopo le conseguenze negative del Covid 19.

Certamente vi sono aree di importanza determinante, dalle immigrazioni, al fisco alla stessa difesa europea, in cui l'Europa non ha saputo ancora costruire gli strumenti unitari adeguati e che devono essere considerati come nuovi terreni di iniziativa. In questo senso mi sia permesso di ricordare che, come Fondazione Circolo Rosselli, nel 2001 svolgemmo a Firenze un convegno sulla difesa europea cui il ministro di allora, Sergio Mattarella, dette il suo autorevole contributo.

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra sul continente europeo, proprio quel tipo di evento che il processo di unione europea voleva scongiurare. Questo evento ci ha costretto a fare nuovamente i conti con la politica o, se si vuole, con la geopolitica. La Russia forniva di energia paesi importanti come la Germania e l'Italia, i legami economici e finanziari sembravano procedere tranquillamente ed invece ha messo in causa tutto ciò con una guerra di ingrandimento territoriale che ancor più che novecentesca sembra ottocentesca. Quando si riuscirà a ristabilire la pace si dovrà lavorare politicamente nel profondo per assicurare pace, stabilità e sicurezza in Europa, in tutta l'Europa.

In questo scenario, per molti versi drammatico, l'ambiente, i mutamenti climatici, la transizione ecologica si sono affermati come le grandi sfide di questa prima metà del XXI secolo e l'Europa può e deve avere un ruolo importante nell'affrontarle. Anche sul nostro territorio nazionale portiamo i segni delle cicatrici degli eventi calamitosi conseguenza di questi grandi cambiamenti nel nostro clima.

Sig. Presidente della Repubblica

Se da tre prigionieri politici confinati in una piccola isola, come Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, poté scaturire l'intuizione di un processo politico così vasto e così determinante come quello dell'unità europea non ci dobbiamo scoraggiare per le difficoltà che oggi possiamo incontrare, anzi dobbiamo rinnovare e irrobustire il nostro impegno.

L'essenziale è non smarrire la bussola del nostro agire.

L'Unione Europea se vorrà essere veramente tale non potrà mai essere mera sommatoria di singoli interessi o, peggio, egoismi nazionali. La sua costruzione deve essere sostenuta dal fondamento dei valori e degli ideali della democrazia e della libertà, di affermazione dei diritti politici, dei diritti civili e di quelli sociali, autorevolmente presenti nella nostra costituzione. e deve sapersi collocare su un orizzonte ambizioso e rinnovatore, di unità e di coesione. In un mondo in cui si muovono stati continentali con più di un miliardo di abitanti (India, Cina) o di dimensione continentale come gli Usa, non ha senso pensare che piccole nazioni possano avere da sole una reale influenza. Dobbiamo quindi andare avanti, ma senza una visione ambiziosa sull'unità europea com'era quella di Spinelli, Colorni e Rossi non si faranno neppure i passi graduali e parziali cui il realismo politico può costringerci.

Ricordo che un altro dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi amava dire: non è importante tanto governare una moneta nazionale quando questa è di fatto soggetta agli effetti delle decisioni e dei comportamenti altrui, bensì è preferibile mettersi nelle condizioni di compartecipare e influire sulle scelte che effettivamente contano come quelle che possono derivare da una moneta unica europea.

Più volte, anche recentemente, Lei, Presidente Mattarella ha riaffermato con chiarezza la necessità di una decisa politica europeista dell'Italia: venendo qui a Torre Pellice per onorare con la sua presenza questo anniversario, Lei conferma il suo impegno e dà un autorevole e significativo segnale in questa direzione.

Oggi qui a Torre Pellice, ricordando la storica conferenza pubblica di Altiero Spinelli, vogliamo sottolineare il valore e l'importanza che ha assunto nel federalismo europeo il contributo italiano. Possiamo rivendicarlo con orgoglio - lo dico senza mezzi termini - nazionale. Il ruolo della nostra patria, il ruolo dell'Italia si è dimostrato importante non nel rivaleggiare con le altre nazioni europee ma nel saper dare il suo contributo- fondamentale e propulsivo- al progetto europeista.

E ‘ questa la lezione che ci ha lasciato Altiero Spinelli, ed è a questa lezione che oggi qui a Torre Pellice, Sig. Sindaco, in un comune non grande nelle sue dimensioni ma significativo per la sua storia e per il messaggio ideale e di libertà che rappresenta, ci vogliamo tutti insieme richiamare.

Valdo Spini, Torre Pellice. 31 agosto 2023.

Questa è l'ora della responsabilità europea

Di Domenico Cacopardo.

Se volete che un mito ci sia ditemi un po' quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti tra Stato e Stato, l'avvenire della nostra Europa, l'avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l'Unione? Volete il mito della dittatura, il mito della forza, il mito della propria bandiera, sia pure accompagnato dall'eroismo? Ma noi allora creeremo di nuovo quel conflitto che porta fatalmente alla guerra. Io vi dico che questo mito è mito di pace, questa è la pace», tali le parole che Alcide De Gasperi pronunciò in Senato il 15novembre 1950, parlando dell'Europa. 75 anni dopo, oggi, possiamo dire che l'Europa, comunità di 449 milioni di esseri umani, esiste prima di tutto come comunità costruita ed alimentata dalla libertà e nazioni europee, soprattutto durante i periodi elettorali, di «fake news», di finanziamenti alle forze antidemocratiche, a coloro che si rifanno all'autocrazia di Putin come un tempo si rifacevano a Mussolini e Hitler, l'Unione europea varca i confini con il suo esempio di democrazia prospera e operante e, per questo semplice motivo, l'esempio, è aborrita dai despoti che hanno occupato il potere nei paesi dell'ex-Urss.

Certo ci sono tanti problemi davanti a noi europei occidentali, ma a essi l'unica risposta possibile per   avvicinarne la soluzione è più Europa. Cioè meglio Europa. Il binomio è indissolubile. Attenzione, i nemici dell'Europa, oggi, sono anche nemici delle loro patrie, che nell'Unione potrebbero trovare la risposta ai loro problemi e soprattutto al loro futuro. Non a caso il programma economico dell'Unione si chiama «Next generation EU», e ha una dotazione di 723,8 miliardi di euro (2021-2021) riservata all'interno del QFP (Quadro Finanziario Pluriennale 1.134 miliardi di euro), in sostanza il bilancio pluriennale dell'Unione.

Esso fa parte della penultima prova di forza fornita dall'Unione che da un lato ha affrontato direttamente la pandemia Covid e dall'altro ha apprestato gli strumenti finanziari necessari per ottenere la piena resilienza degli stati e dei cittadini.

La nuova e per il momento ultima prova di forza cui è stata sottoposta l'Unione si è articolata in due fasi: dapprima, con gli Stati Uniti e la Nato, gli stati dell'Unione e l'Unione stessa si sono impegnati nel sostegno della difesa dell'Ucraina dalla criminale aggressione subita dalla Russia.

La seconda fase, iniziata con la presidenza Trump, si svolge in un contesto del tutto diverso, nel quale gli Stati Uniti, assorbiti dall'impegno militare ed economico derivante dalla competizione nell'Estremo Oriente, hanno deciso di rinunciare al loro sforzo per l'Ucraina e di ridimensionare –se non cessare- la difesa del vecchio continente. Questo vuoto politico e militare non può che essere raccolto e coperto dall'Unione europea.

Ho letto in queste settimane, anche qui a Parma per bocca di esponenti di primo piano della sinistra storica, che la Russia di Putin non avrebbe alcun interesse ad attaccare l'Europa. La stessa posizione che tante anime belle, tedesche o ebree, nutrivano nei primi tempi del nazismo. Si dice che Franz von Papen, presidente del partito cattolico di centro, abbia consigliato a Paul von Hindenburg di nominare Adolf Hitler cancelliere, perché in breve sarebbe stato ricondotto alla ragione. Niente di più tragicamente sbagliato. La

disposizione aggressiva del regime russo e dei satelliti non è celata, ma evidente in ogni occasione: si tratti di sconfinamenti aerei, di atti di aggressione come il taglio dei cavi delle comunicazioni continentali nel mar Baltico, si tratti di agenti infiltrati che sostengono gruppi eversivi o che addirittura possono essere direttamente responsabili di sabotaggi a impianti produttivi occidentali. Qual è il problema che la realizzazione di una difesa europea costituisce per le anime belle di cui dicevamo prima?

Poiché è chiara e non revocabile in dubbio la natura difensiva delle iniziative europee, se fosse vero che la Russia non ha intenzioni aggressive nessun problema potrebbe sussistere. In merito, suggerisco ai lettori interessati di compiere una loro privata inchiesta online su Kaliningrad (già Königsberg, patria di Kant) e sul dispositivo militare russo colà realizzato.

Il lungo passo indietro americano e le medesime pressioni di Washington perché l'Europa si assuma una quota più significativa di spese militari, rappresentano una ulteriore motivazione perché l'Unione compia il passo in avanti che si attende da quando la Ced (Comunità europea di difesa) fu affossata da Charles de Gaulle.

Dunque, questa è l'ora della responsabilità dell'Europa. Essa deve far fronte al ritiro dello scudo americano, per proteggersi da sola, passando dall'Unione delle patrie all'Unione federata: una politica estera e una politica di difesa, rappresentative di una reale sovranità. Si tratta di una meta (il mito di De Gasperi diventa meta concreta e imminente) e, con essa, la realizzazione di una identità collettiva europea, finalmente unitaria dopo secoli di lotte fratricide e 75 anni di pacecollaborativa.

Le settimane che passano e l'infamia che sembra profilarsi per l'Ucraina (un'infamia che richiama l'abbandono della repubblica spagnola lasciata nelle mani di Franco), dovrebbero determinare le nazioni dell'Unione a percorrere la strada che le conduce alla maggiore unità di intenti, nella permanente difesa della libertà nell'ottica di un crescente benessere.

Insieme, solo insieme, uniti da un destino liberamente scelto. In qualche modo gli europeisti che hanno manifestato a Roma ieri, questo volevano segnalare agli italiani: che è l'ora perché al di là dei partiti si costituiscano ovunque nel Paese comitati per l'Europa unita.

I tre errori su Ventotene

Di Mauro Del Bue

Lasciamo perdere la ricerca dei motivi che hanno indotto la Meloni ad aprire una polemica sul Manifesto di Ventotene e anche, se ne valutiamo i passaggi, a leggere frasi peraltro a metà e fuori dal contesto storico e politico dell'epoca (“datemi sei righe del più onesto degli uomini e gli troverò un motivo per farlo impiccare”, scrive il cardinale Richelieu). Restiamo invece al detto e al non detto. Primo errore, anzi orrore e vergogna. Questa é responsabilità di larga parte della stampa e delle televisioni a cui ha cercato di porre rimedio l'on. Fornaro, già Psdi e oggi Pd, nel suo vibrante discorso alla Camera. Si dimentica sempre del triunvirato di Ventotene la figura di Eugenio Colorni che fu invece centrale nella scrittura del testo e che ne riuscì a far pubblicare la stesura clandestinamente a Roma, dopo averla corretta e sintetizzata. Colorni era un socialista autonomista, viene proprio citato così, capo redattore dell'Avanti clandestino, un filosofo leibniziano, allievo di Croce e Gentile, che venne assassinato dalla banda Coch, famigerato raggruppamento fascista della capitale nel 1944, alla vigilia della liberazione di Roma. Sua moglie ha poi sposato Altiero Spinelli, quasi a rivendicare un legame non solo personale tra i due. Ma una sorta di eredità ideale. Vergogna, ancora una volta si oltraggia cosi la storia socialista relegandola nella soffitta delle dimenticanze. Secondo errore. La Meloni ha citato il passaggio sulla proprietà privata asserendo che il manifesto ne propone l'abolizione. Leggiamo insieme questo passaggio: “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa non dogmaticamente, caso per caso”. E poi si elencano i casi. Clamorosamente attuale è quello dell'energia elettrica che i socialisti pretesero di nazionalizzare nel primo governo di centro-sinistra. A me pare che sul punto emerga invece un'impostazione non certo marxista e nemmeno socialdemocratica quando si propone addirittura il caso di un'estensione della proprietà privata. Ma andiamo oltre. Il passaggio polemico si riferisce alla funzione del cosiddetto Partito rivoluzionario che dovrebbe sorgere nell'immediato dopoguerra e alla sua dittatura. Poteva essere usato un altro termine, ad esempio quello gramsciano di egemonia. Ma anche qui, terzo errore, la Meloni suppone che i tre estensori progettassero una sorta di regime totalitario, in salsa sovietica. Si scrive nel terzo capitolo del testo (la riduzione da quattro a tre del Manifesto fu opera di Colorni): “Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell'ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono, a differenza degli altri partiti popolari, trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre. Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie, col predicare che la loro “vera” rivoluzione è ancora da venire, costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista”. D'altronde dei tre solo Altiero Spinelli era stato comunista, ma dal Pcdi era stato espulso nel 1937 per aver condannato lo stalinismo e la dittatura, mentre Ernesto Rossi era di formazione rosselliana aderente a Giustizia e libertà. E a proposito del partito rivoluzionario che avrebbe dovuto guidare il popolo non gia verso uno stato nazionale ma verso uno stato europeo federale si aggiungeva: “Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere”. Era il 1941 e la Germania nazista stava vincendo la guerra. Erano, i tre, esponenti politici tutti di impostazione liberalsocialista, votati profeticamente al futuro. E ci voleva coraggio, intelligenza, lucidità a immaginare che dopo due guerre ispirate dai nazionalismi potesse sorgere un'Europa federale. Oggi dobbiamo a quella intuizione anche i passi in avanti compiuti. Il testo conteneva anche la necessità di dotare lo stato federale di un esercito comune e l'idea, proiettata al presente, si sta trasformando in necessità. La Meloni non sappiamo quale Europa voglia. Noi sappiamo che il testo del manifesto di Ventotene compie 84 anni e risente certo del clima dell'epoca e della condizione in cui si trovavano i tre pionieri. Ma la sostanza di quel messaggio noi anche ora non solo la condividiamo ma ne riconosciamo il luminoso carattere preveggente. Lo spirito critico e l'antidogmatismo di cui il manifesto é impregnato lo facciamo nostro. E lo leggiamo senza enfasi ma con rinnovata e sorprendente ammirazione.

Forum dei lettori

Caro Eco del popolo, mi ha molto impressionato l'imponente ed importante lavoro di ricerca da parte vostra circa l'editoriale Focus Ucraina/16. La Memoria storica, basata sulla verità dei fatti, fa capire quanto sia complesso creare accordi internazionali nell' interesse comune di alleanze per una pace duratura. Il lunghissimo percorso dalla CED all' odierna NATO mi ha disorientata. La frattura del dopo guerra fra Est e Ovest del mondo è rimasta senza soluzione. Le colpe a chi vanno attribuite? La democrazia è stata pilotata da una propaganda ingannevole. Il PSI italiano è ridotto ai minimi termini perché confuso con il socialismo filo russo del PCI. Oggi il PD sta correndo gli stessi rischi, si è allargato verso la sinistra estrema e i populisti del Movimento 5 stelle. Gli elettori moderati che cercano un partito riformista lib Lab non votano più. In Germania nelle ultime elezioni ha votato l'ottanta per 100 dei cittadini contro il meno del 50/100 degli Italiani. Questa è la forza di arginare gli estremisti di destra. In Europa le destre estreme vincono ma non governano!  Il passato viene semplificato ed alcuni partiti se ne servono per dare dignità alle loro contese.

C.L., 19 marzo 2025, Vicenza

Molto molto interessante il tuo scritto e la documentazione allegata. 

Ricordavo il tentativo della CED ma non sapevo il perché non si fosse attuata.

Ottimo il tuo ricordo della netta posizione dei socialisti sull'installazione dei missili Cruise nella base Tuono situata in Trentino, ira diventata un'attrazione turistica.

La nostra segretaria del PD che non è mai stata comunista, rincorre gli estremisti dimenticandosi che la megalomania alla Putin non li fermi con le chiacchiere.

Sandro Gaboardi, 20 marzo 2025, Crema.

Cara Lettrice e Caro Lettore-amico, vi ringrazio per la vostra attenzione e per il vostro contributo di approfondimento.

La presente rubrica è nata tre anni fa come focus tematico dedicato alla vicenda Ucraina.

Nelle ultime settimane, in aderenza ai presagi del sottotitolo (e ampi dintorni), “stiamo allargando” la visuale dell'analisi e della riflessione. A quelle problematiche universali che gli sviluppi della crisi scatenante stanno incorporando.

Ventotene: scaturigine di un "sogno"

L'abbrivio di questa chiosa a tutto quanto abbiamo sopra pubblicato non può non tenere come centrale l'argomento ch, in questi giorni, va per la maggiore sulla stampa, nelle aule parlamentari, nel dibattito politico. Per il quale sarebbe molto utile uno sforzo ermeneutico, prima che un ragguardevole passaggio stotico finisca per essere abbruttito dalle scalcinate polemiche in corso. Bisognerebbe, innanzitutto, come ha fatto Gramellini su Corsera, “riconoscere il valore simbolico del documento, redatto da persone confinate da un regime liberticida e autoritario. La cui barra, ultranazionalista, si situava in posizione diametralmente opposta alla propugnata prospettiva di armonizzazione, convergenza, federazione europea, contenuta nel Manifesto.

Questa elaborazione sarebbe stata fondamentale sia per il nuovo ordinamento della Patria liberata dal fascismo sia per l'edificazione della Patria Europea. Processo che si sarebbe avvalso di questo impulso lungimirante di convergenza, incorporandolo nei nuovi contesti, liberati dal nazifascismo. Che per un ventennio ed oltre aveva rappresentato e praticato una visione europea fondata sulla guerra permanente, sull'annessionismo territoriale, sull'omologazione delle specificità nazionali. Al documento di Ventotene va riconosciuto il valore non solo di aver propugnato un diverso e innovativo ordinamento federativo che avrebbe disinnescato i meccanismi ultranazionalistici che in precedenza furono causa di due conflitti mondiali, ma anche o soprattutto di aver messo a punto un combinato progettuale fondato sull'inseparabilità (concretamente sancita e praticata dai passati decenni di Trattati) dei segmenti liberaldemocratici in campo politico istituzionali e socioeconomici. Che avrebbero fatto, come vaticinato dal Manifesto di Ventotene, un'Europa politicamente unita, vocata alla permanente testimonianza della distensione pacifica, scaturigine di progresso e di democrazia politica, sociale ed economica. Un po' allargandoci, azzarderemmo un'entità capace di promanare concretamente sul campo un modello liberaldemocratico e laburista. Non sorprende che, facendo giustizia della mimesi narrativa ed identificativa, il capo del governo, sempre più simile ad una accozzaglia di praticanti prevalentemente obiettivi di "bottega", abbia gettato, su una questione fondamentale correlata alla mission europea e della sua capacità di autodifesa e di deterrenza verso i pericoli sovranisti, la maschera dei travisamenti ed il cuore oltre l'ostacolo (dei reali posizionamenti internazionali). Al di là della necessaria detersione dei tratti somatici di un passato largamente presente e dei teatrini relazionali funzionali al travisamento dei reali backgrounds e all'acquisizione di accrediti sulla scena internazionale (fortemente pervasa dalle spinte sovraniste, reazionarie, militariste). In tutto ciò non v'è chi non veda la prioritarietà assoluta di una resipiscente testimonianza attiva di rilancio della mission europea. Che abbia come perni attivanti il completamento politico-ordinamentale federalistico, il perseguimento di un indispensabile e sostenibile strumento di autodifesa militare, la permanente difesa e progressione del collaudato (ma necessariamente revisionabile) di welfare. Probabilmente questa rifunzionalizzazione di tutte le sue componenti nei contesti attuali del mandato di Ventotene non rientra né nelle consapevolezze né tantomeno nei propositi di questo governo e del suo premier. Saperlo non è cosa di poco conto. Come a maggior ragione sarebbe la volontà di sviluppo di una coerente ed unitaria risposta democratica che fosse coerente con l'eredità dei padri fondatori che diedero il meglio della loro cultura politica e civica dal confino.

Nel caso non ce ne fossimo accorti, la fase suprema del motto rifondativo del 1946 " non restaurare non rinnegare" è verificata dalla performance evocativa delle ultime ore. Che individua e focalizza l'epicentro maggiormente edificante e propulsivo dell'antifascismo, posto in stand by dalle liberticide leggi speciali, ma non domo dal punto di vista dell'elaborazione progettuale in vista del futuro. Una decisa progressione verso un'impronta di trasversalità dei postulati capaci non solo di favorire la più ampia identificazione ma soprattutto di fare del Documento un perno fondamentale per il futuro. Non solo per la transizione oltre lo scenario immediatamente postbellico. Bensì per una profondità universale e permanente

Sotto tale profilo si consiglia fortemente il bellissimo excursus di Carioti su Corsera di domenica.

Il quale sconsiglia o diffida "a giurare fedeltà a ogni sillaba, quasi fosse un testo sacro". Diffida che, con tutto il grandissimo rispetto per il notevole storico Carioti, non ci tange. Perché, a nostro parere di impenitenti liberalsocialisti, il Documento del 1941 va bene ed è attuale nella sua interezza. D'altro lato, semmai sorprende (si fa per dire) l'idiosincrasia di Giorgia nei confronti del propugnato modello anticapitalista, che a quei tempi i suoi apostoli (danti nostalgia) erano intenti, dal congresso di Verona, a praticare nella forma della socializzazione della produzione.

Osserva il concittadino editorialista Corsera Danilo Taino: l'Europa sta reagendo al crollo del sistema che le ha garantito ottant'anni di democrazia e di crescita economica. Alla base della debolezza ci sono ragioni storiche e soprattutto la mancanza di un'idea di cosa fare".

Rappresentate (tali ragioni) dalla permanenza del monito ad invertirle virtuosamente. Ad iniziare dal recupero delle conseguenze dell'inopinato accantonamento, nel 1954, della formalizzazione della CED e dell'interrotto iter (2005) della ratifica della Costituzione europea redatta dalla Convenzione europea nel 2003

La ineludibile questione è (se non altro per le allarmanti contingenze belliche e non solo) e sarà (se non verranno drasticamente e strutturalmente rimossi gli inneschi, le titubanze e le furbizie), rappresentata dall'ineludibilità di una postura anche etico-morale "verticale”: adozione di una Costituzione federale e istituzione di una Comunità Europea di Difesa. Dotata di armamenti (atti alla deterrenza ma se necessario anche alla difesa armata) e di adeguato esercito composto di elementi consapevoli e adeguatamente istruiti ed attrezzate. Si astengano le anime belle!

Osserva il concittadino editorialista Corsera Danilo Taino: l'Europa sta reagendo al crollo del sistema che le ha garantito ottant'anni di democrazia e di crescita economica. Alla base della debolezza ci sono ragioni storiche e soprattutto la mancanza di un'idea di cosa fare"

Warfare e welfare un binomio identitario a termini non solo non sono contrapposti, bensì compatibili e sinergici. Simul stabunt simul cadent. E con essi la sostenibilità comunitaria continentale. Si aggancia di questi giorni l'abusato aforisma di D'Azeglio, traslandone il radar al contesto europeo. Trascurando che gli europei (pur nella loro specificità) sono già fatti. Anche l'Europa è già fatta, incardinata idealmente dal "sogno" di Ventotene e plasmato da Adenauer, Schumann, De Gasperi.  Nonché collaudato, pur in presenza di frequenti ritracciamenti conseguenti a significative aliquote di inopinate impermeabilità, da una lunga temperie di armonizzazione e convergenze verso un'intelaiatura capace di farne un protagonista di testa della scena mondiale. Che ciò sia vero è dimostrato dal tentativo in corso degli altri competitors posto sul terreno di una destabilizzazione che incorpora anche aspetti di insicurezza militare. Più che da fare l'Europa deve completare il proprio ordinamento di entità unita e federale. Dotata di una prerogativa di autodifesa. Senza del quale corre il rischio di soccombere all'ormai organico attacco o tutt'al più di rassegnarsi ad un ruolo fortemente ausiliario alle altre potenze.

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