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La sinistra e la questione socialista /46

  04/03/2025

Di Redazione

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Congresso straordinario del PSI?

L'annunciato “straordinario” Congresso del Partito Socialista Italiano, convocato a Napoli nei giorni 21-22-23 Marzo 2025, salvo colpi di scena nel corso della assemblea congressuale, non sta oggettivamente anticipando alcuna eccezionalità rispetto al precedente, tenutosi nel 2022.

Per qualche giorno abbiamo sperato in una presa d'atto finalmente realistica della situazione in cui versa l'area socialista, persistentemente, a livello nazionale, intorno all' 1 % dei consensi elettorali, nonostante i generosi sforzi personali dei Dirigenti le varie componenti.

Se a distanza di oltre trent'anni, dalla dissoluzione dello storico PSI, la tradizione socialista non è ancora stata dignitosamente aggiornata e riscattata, pur in presenza di un potenziale e vasto elettorato insoddisfatto delle offerte politiche in campo, dovrebbe essere evidente a tutti la inderogabile necessità di cambiare comportamenti e indirizzi nell'interesse del Paese.

Basta con altre ricostituenti e nostalgiche iniziative, limitate agli ex socialisti, già fallite in passato e senza sbocchi; ma ciò che occorre è una svolta determinante verso la definizione di una nuova prospettiva più ampia e moderna.

La mozione con cui Enzo Maraio si ricandida per la terza volta, a Segretario Psi, si sofferma su diversi temi e problemi, rimesta posizioni arcinote, senza alcune variazioni significative sugli indirizzi politici futuri.

L'autoreferenzialità di tutte le organizzazioni di ispirazione socialista, non sarà mai superata insistendo sulle origini della diaspora, ma solo condividendo una nuova fase politica del socialismo italiano, aperto ad altre culture riformiste, aventi una visione comune sulla politica internazionale, ed altresì, nettamente alternative, alle forze sovraniste e demagogiche italiane.

Essere portatori di una distintiva elaborazione nella soluzione delle questioni contingenti, come nella individuazione delle priorità sociali, economici ed istituzionali, più stringenti per il futuro, è un presupposto essenziale per accreditarsi singolarmente o in coalizione, sia nelle scelte di valenza nazionale che locale.

Pensare di trovare ascolto, diversamente, negli altri Partiti del centro sinistra, ovvero una interlocuzione privilegiata con il PD, nel solco della comune appartenenza al socialismo europeo, è semplicemente illusorio.

Basta rammentare la tessera di iscrizione al Pd, dedicata Berlinguer nel 2024, e quella di adesione al Psi, in ricordo di Craxi, nel corrente anno, per dimostrare distinzioni tutt'altro che sfumate.

Le commemorazioni dei leaders del passato, per non essere strumentali, devono attualizzare segnatamente le loro indicazioni politiche, a fronte delle crescenti diseguaglianze sociali, economiche e lavorative, del nostro tempo.

 L'area socialista senza altri indugi, deve riprendere il percorso interrotto verso l'affermazione del socialismo liberale, ideato originariamente da Carlo Rosselli, già riscoperto dallo storico PSI, e oggi, guardato con interesse anche altri gruppi politici.

Nei principi e nell'etica di tale concezione politica, i socialisti dovrebbero rilanciare con determinazione l'idea di innestare la costruzione di moderno soggetto identitario, aperto alle sensibilità laiche, civiche ed ambientaliste, autonomo, nello schieramento del centro sinistra.

Una offerta politica organizzata in una Federazione o Partito riformista, laburista, che possa credibilmente influenzare i programmi e la formazione dei governi, ma anche riportare al voto parte del vasto elettorato sfiduciato dalla Politica e dalla Istituzioni.

L'esito della assemblea congressuale del Psi, in assenza di una militanza dialettica, chiaramente è scontato; ma qualche riflessione differenziata, sul documento del segretario Maraio, da parte dei delegati, sarebbero quanto mai importanti per riportare, tra le componenti dell'area socialista, lo spirito che a decorrere dalla condivisione del progetto della “grande riforma” approvato al Congresso di Torino nel 1978, aprirono una stagione innovativa in tutto il Paese.

Virginio Venturelli
Virginio Venturelli

L'editoriale Lo sfregio a Prampolini

Camillo Prampolini, l'evangelico, per la sua adesione al messaggio cristiano contrapposto alla Chiesa del suo tempo, il costruttore di un'oasi riformista con cooperative, comuni, leghe, case del popolo, scuole elementari, assistenza verso i bisognosi, che caratterizzavano Reggio Emilia tanto che si parlava di “fare come a Reggio” contrapponendolo al “fare come in Russia” dei rivoluzionari, Prampolini, fondatore del nostro giornale nel lontano 1886, dieci anni prima che nascesse l'Avanti, é stato oltraggiato e vilipeso a Roma. Nel parco a lui intitolato, nel V Municipio, è comparsa ieri una scritta inneggiante a Hitler e una svastica. Non ci poteva essere offesa più grande per chi dedicò la sua vita a combattere non solo le ingiustizie ma anche la stessa violenza, predicando che non con la violenza si può marciare verso il socialismo ma con l'educazione e l'unità. E fondò scuole per insegnare a leggere e a scrivere e anche l'igiene per i contadini e gli operai ed educò il proletariato a unirsi attraverso il suffragio universale perchè si poteva democraticamente conseguire la maggioranza, mentre tutte le dittature o erano tirannie o erano un non senso, perché la classe dei lavoratori era la stragrande parte dell'elettorato. Semmai occorreva introdurre il principio democratico del rispetto della minoranza che le dittature negavano. Prampolini aveva repulsione per i sanguinari si chiamassero Alessandro Magno, Napoleone, Robespierre, Lenin. E contestava la guerra (ma non quelle d'indipendenza perchè amava Garibaldi e Mazzini come tutti i socialisti delle origini che non conoscevano Marx) perchè, rilevava, “la questione non è di dare la propria vita ma di dare quella degli altri”
E se avesse vissuto di più avrebbe certamente odiato anche Hitler e Stalin. Dunque non c'è nulla di più violento che inserire accanto al suo nome quello di Hitler e la svastica nazista. Ha fatto bene Andrea Silvestrini, segretario del Psi romano, a convocare per mercoledì 5 marzo alle ore 17 un presidio dei socialisti al Parco Prampolini e a pretendere una condanna ferma di questi episodi da parte del governo Meloni. Anche l'Associazione socialista liberale ha condannato questo episodio. La Giustizia, ovviamente, il suo giornale, il giornale che dedica a lui una rubrica quotidiana, il giornale del suo socialismo umanitario e riformista, non può che associarsi a questa denuncia ricordando la fulgida figura di Camillo Prampolini, storicamente oltraggiato da più parti e oggi divenuto punto di riferimento dei più. Leggete i libri scritti su di lui e l'appassionata orazione funebre di Giovanni Zibordi in cui l'ex direttore de La Giustizia quotidiana non ringraziava i presenti per essere venuti, ma li invitava (era il 30 luglio del 1930 in una Milano fascista) a ringraziare il fato che li aveva premiati per presenziare ad una cerimonia di estremo saluto ad un uomo come Camillo Prampolini.

Mauro Del Bue
Mauro Del Bue

Mala tempora!

…quelli del contesto in cui viviamo, esistenzialmente ma anche come senso di appartenenza civile. Diversamente da quelli precedenti, in cui abbiamo trascorso, con ben altre percezioni e consapevolezze, gran parte della nostra testimonianza.

La fine della prima Repubblica, il crollo dei partiti storici generano, ne siamo consapevoli, giudizi colmi di nostalgia. Nei confronti di una stagione in cui la politica sembrò più forte, più interessata ai problemi, più competente. Che fu artefice della ricostruzione postbellica, della collocazione nel contesto dell'alleanza occidentale e della convergenza europea. Da cui sarebbe scaturita una nazione ad alto tasso liberaldemocratico e un'intelaiatura dal punto di vista del riformismo socio economico e civile poco dissimile dai canoni teorici di un socialismo liberale.

Siamo pervasi da un costante, incessabile attacco che tende a destabilizzare un modello politicoistituzionale, reso amorfo da una serie di concause. Tra cui, azzardiamo, la totale asfaltatura degli impulsi idealistici, del sapere politico e della capacità progettuale, l'assenza di una competente dedizione operandi, indipendente da quella sempre più percepibile ombra delle "influenze" che gravano in modo non esattamente subliminale (forse al di là delle reali intenzioni, veicolate da esecutori di quando in quanto troppo zelanti). Appare sempre più necessario attivare un combinato disposto tra riforma della politica e riassestamento del modello socioeconomico. Per risanare l'economia dai postumi della finanziarizzazione globale e per invertire il perno ultraliberista in modo da ripristinare un sostenibile equilibrio socioeconomico all'insegna dell'equità ma anche e soprattutto dell'etica. Ispirata dai paradigmi fondamentali in qualsiasi modello dei bisogni, dei meriti, del rapporto diritti/doveri, della partecipazione del lavoro sia nelle strategie macroeconomiche sia nelle scelte strategiche delle aziende. È, tra l'altro, la risposta alla domanda di efficientamento produttivo e di servizi in vista di un rilancio praticabile del sistema economico proiettato a difesa del modello liberaldemocratico.

Con la fine delle ideologie le contrapposizioni non solo non trovano giustificazione, ma denunciano in pieno la loro esclusiva funzionalità ad impulsi autoconservativi di apparati sopravvissuti e riciclati. In contesti ridefiniti dalla fine della storia, dal pensiero liquido, da movimenti leggeri. Ciò vale sia per il versante più propriamente politico-partico dell'associazionismo sia per cosiddetti corpi intermedi.

L'ultimo dei problemi, in questo contesto da default, è l'aderenza ai periodici rigurgiti delle “ditte”; intese come riproposizione, sponsorizzata da un supposto latente nostalgismo, degli schemi delle passate militanze. Come i congressi, i simboli, le liturgie. Il cui unico scopo resta in capo ai residui depositi di apparatchick che sperano di spremere fino in fondo il limone di qualche improbabile goccia di vantaggio marginale.

 Allungare la visuale, aprirsi al confronto, correlarsi alle contiguità (in forte sofferenza di identificazione), operare nella direzione dell'armonizzazione e della convergenza di nuovi percorsi riformisti. Da perseguire in una dimensione generale, ma anche in una logica di forte correlazione territoriale.

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