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Focus Ucraina /14

  06/03/2025

Di Redazione

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Dopo un cospicuo intervallo, in cui si sono sedimentati accadimenti di prevalente continuità militare, riprendiamo questa rubrica da un incipit di prevalente discontinuità politica. Innescata dal cambio di passo impresso dalla staffetta intervenuta alla Casa Bianca. Il cui indotto, come prevedibile, era caratterizzato da un profondo cambiamento nelle regole del gioco delle relazioni politiche.

Ci avvaliamo per questo focus 14 della generosa concessione dei diritti da parte di Domenico Cacopardo e di Mauro del Bue. A conclusione pubblichiamo l'intervento di Cicchitto e Umberto Ranieri direttori di “Civiltà socialista”.

Faremo seguire nelle edizioni successive, oltre che il nostro contributo editoriale, anche numerosi apporti esterni e i riscontri dei lettori, che auspichiamo sin d'ora numerosi.

La Ue deve sapersi difendere

Dall'eventuale e non certo escludibile attacco della Russia. Ma per ora non ce la fa

Mentre l'unica certezza che attraversa il mondo occidentale è l'incertezza, è accaduto che un presidente francese in crisi verticale di prestigio e di consensi (nonché di futuro) convochi un vertice a Parigi e colga (inconsapevolmente?) un'esigenza che si manifesta da decenni, da quando cioè la malaugurata presidenza Prodi spinse l'Unione europea ad allargarsi (il 1° maggio 2004) a 25 stati, tutti dotati del paralizzante diritto di veto che ci ha reso impotenti come gli ottimati della guerra tra la coalizione polacco-lituana in guerra contro l'Impero ottomano (1672-1676) che resero impotente la coalizione stessa costringendola alla resa.

È da allora che in modo carsico emerge e sprofonda l'idea di un'Europa a due velocità: di quei paesi determinati a rafforzare i vincoli politici che la uniscono e di quei paesi che giovandosi del diritto di veto tendono di impedire il processo di intensificazione unitaria. Perciò, per l'ennesima dimostrazione dell'eterogenesi dei fini, la conferenza di Parigi dell'altro ieri è la prima importante riunione di un format che potrebbe preludere all'Europa a 2 velocità, mai come adesso necessaria. Imprescindibile. L'assenza degli stati baltici e della Finlandia è di certo un errore, ma lieve visto che essi, i più esposti alle mire neoimperialistiche russe, non hanno che da guadagnare dal rafforzamento di una guida a 4 dell'Unione.

E, diciamocelo francamente, copre altresì la decisione di privare Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca del diritto di tribuna che è loro concesso nel format dell'Unione. Sbaglia perciò Francesca Sforza, su La Stampa quando critica il format dimenticando il ruolo paralizzante dei 3 stati antieuropei che ne

fanno parte.

Accanto all'affermazione di una ipotesi importante rimane un risultato vicino allo zero: Olaf Scholz, cancelliere tedesco praticamente scaduto senza chances di ritorno abbandona lavori che riguardano soprattutto Il vertice di Parigi dei capi di governo Ue il suo paese, confermando le insicurezze e le contraddizioni che hanno connotato il suo cancellierato. Una sorta di complesso di inferiorità di cui questa socialdemocrazia tedesca dei nostri tempi ha dato ampia dimostrazione (reiterando il triste passato di Weimar). E Giorgia Meloni, drammaticamente alle prese con l'insanabile contraddizione tra l'azzardata amicizia con il tycoon di Washington e la rete di relazioni e di alleanze che ha faticosamente creato dall'ottobre 2022 sino a ieri.

C'è un punto che è il discrimine del futuro italiano: è la conferma o la smentita del doppiogiochismo di cui è endemicamente e in modo ricorrente accusato

il nostro Paese, un'accusa che ci costa in credibilità e in agibilità internazionale e che sta a Giorgia Meloni rintuzzare in questa fatale ora della storia. Sa   bene la nostra presidente che il legame con l'Unione rappresenta la linea fondamentale della sua premiership, quello che se ha fruttato all'Italia il più grande finanziamento di cui abbia goduto (9 o 10 volte il Piano Marshall), le ha anche regalato un ombrello, l'unico di cui può disporre di fronte alla crisi economica tedesca.

Si dice che nella decisione di Washington di dare il via a trattative bilaterali con gli stati dell'Europa, quando sarà il suo turno, l'Italia sarà risparmiata o comunque favorita, accreditando così un'illusione e promuovendo un errore. La parte sostanziale delle nostre relazioni commerciali e industriali è nel Mercato comune che dell'Europa mercantile attuale è il maggiore asset. Illudersi di poter cambiare partner senza valutare tutti i pro e i contro può arrecarci gravi danni difficilmente riparabili. Rimangono sul tappeto i problemi veri. Rimossa la protezione Usa all'Ucraina, il cerino acceso rimane in mano all'Europa. Coerente alla storia del suo Paese, il Regno Unito, Keir Starmer annuncia la disponibilità a partecipare a una forza armata di interposizione europea, schierata a difesa della neutralità ucraina. Probabilmente, Germania e Francia saranno della partita. Quanto all'Italia non è chiaro cosa farà, vista che questa forza di interposizione non è la quasi villeggiatura strapagata dall'erario nazionale dei contingenti di pace sparsi per il mondo dalla inutilità attestata o comunque dalla insufficiente utilità. La forza di interposizione di cui si parla dovrà confrontarsi e di certo scontrarsi con le truppe russe in pressione verso Occidente, coinvolgendo le nazioni di cui sono espressione in un conflitto al quale nessuno in Europa è preparato. Per esempio, non esiste un sistema antiaereo europeo diffuso e capillare come sarebbe necessario e la cui realizzazione avrebbe dovuto essere decisa il 27 febbraio del 2022, il giorno dopo l'aggressione russa all'Ucraina. Per non parlare di una rete di fortificazioni analoghe a quelle che ha dispiegato la Polonia, volte a impedire o a allentare lo sciamare delle forze corazzate russe nelle pianure dell'Est europeo. L'unico punto di integrazione, per quanto marginale, tattico e non strategico, è costituito dalla forza aerea cui l'Italia contribuisce con gli Eurostrikers, per qualche tempo il migliore striker in circolazione dovuto a una joint-enture italo-tedesco-britannica, cui succederà fra almeno un decennio un cacciabombardiere di nuova generazione di progettazione e costruzione italo- iapponese- britannica, avendo la Germania optato per un'intesa con Francia e Spagna. Insomma, se la Russia intendesse attaccarci com'è probabile e orse fatale, l'Europa non ha difesa, soprattutto ora che l'America si è allontanata allargando l'Atlantico e mandando il giovanissimo James David Vance, vicepresidente a dare una lezione di democrazia agli europei, irricevibile per false informazioni e veri e propri ribaltamenti della realtà attuale e della storia. Un segnale e una rottura di cui dovremo farci una ragione, e va bene. Ma correre ai ripari per il momento è un'altra storia.

Domenico Cacopardo
Domenico Cacopardo
Domenico Cacopardo

Sui denti a Zelensky

Ormai cosa ci si deve aspettare di più? Che Trump scomunichi Papa Francesco, che ritenga Biden non solo “uno fuori di testa”, come l'ha definito nel “cordiale” incontro con Zelensky, ma il vero responsabile del Covid, che attribuisca la responsabilità della seconda guerra mondiale alla Francia e all'Inghilterra e che denunci il capo della Cia per spionaggio? Pensate che, dopo lo spot sulla riviera di Gaza, dopo il voto all'Onu e dopo il match di pugilato in diretta mondovisione con Zelensky abbia raggiunto il culmine? Non credo. Eppure la democrazia americana, storicamente di stampo liberale, cioè dotata di pesi e contrappesi, è essa stessa a rischio. Ha ragione Galli della Loggia a parlare sul Corriere di un presidente eletto dal popolo ma che non garantisce il rispetto dei diritti civili del popolo. Che sono quelli di rispettare la sua storia, la sua cultura e anche la sua politica estera tradizionale. Rispettare e non calpestare, che non significa non mutare. Anche Hitler è stato in fondo eletto. Alle elezioni anticipate del 1933 i nazionalsocialisti conquistarono la maggioranza relativa. Ma soffocò presto i diritti civili. Un presidente eletto che calpesta i diritti del Parlamento e che firma decine di provvedimenti illiberali che puniscono dipendenti, giornalisti (clamorosa la situazione del Washington post di proprietà del suo amico Bezos), donne e uomini di cultura, suoi avversari politici e mezzi di informazione dell'opposizione, che disprezza e offende un capo di stato peraltro aggredito e supportato nei mesi scorsi dagli stessi Usa e lo caccia dalla stanza ovale volutamente in modo maleducato e per di più chiedendogli soldi, un presidente così è pericoloso per l'America e il mondo intero. Si ribalta la Carta dei diritti universali dell'uomo oltre alla sostanza della Carta dell'Onu, si svilisce la funzione della stessa Nato. Ci si avvia a delegittimare l'Ue nata per Trump col solo scopo “di fottere l”America”. Si scambiano aggrediti con aggressori. “Se ne vada Zelensky e torni quando vuole la pace”, ha tuonato il dominus. La parola pace significa per Trump innanzitutto dollari. Cioè la pace si compra e si vende. L'indipendenza e la sovranità popolare sono concetti aerei. Non si toccano. Non si mangiano. Non ci si può costruire un residence o una riviera. Zelensky se ne vada e torni coi soldi e con la disponibilità a firmare una pace con Putin cedendogli i territori occupati. E poi se la sbrighi lui coi russi e al massimo ci pensi l'Europa perché l'America per difendere i nuovi confini non sposterà un solo soldato. Si prenda i Sudeti, pardon il Don Bass, e Praga, pardon Kiev, arriverà dopo, magari a seguito di un attentato, vero o presunto, a un soldato russo. Europa e Italia svegliatevi. La Meloni che ha in casa un trumpiano convinto, Salvini, si decida quale parte intende sposare. La Schlein, schierata con Kiev, decida se continuare a far leva sui Cinque stelle, simpatizzanti del nuovo presidente americano. Anche l'Ue si chiarisca. Che senso ha tenere in Europa Orban che da sempre sposa le tesi di Mosca? Un Kadar dei tempi moderni. Un fatto positivo la tronfia e grezza arroganza trumpiana lo sta provocando: il ritorno della politica e la conseguente ricerca della coerenza. Ci mancava.

L'inchino di Zelensky

Dunque, dopo essere stato offeso e trattato da aggressore e non da aggredito da Trump, Zelensky ha offerto il ramoscello d'ulivo. La mossa pare gli sia stata consigliata da Starmer e anche da quel sano senso del realismo che non può che caratterizzare le scelte di un capo di stato. Se Trump, l'affarista che interpreta all'incontrario tutti i valori dei quali si proclama storicamente portatrice l'America anche attraverso la sua Costituzione, che vuole denaro più che pace e che interpreta la pace come resa, pretende le terre rare, diamogliele. Se intende recuperare (e anche guadagnare) i soldi spesi in armamenti da Biden, per supportare la difesa di quel martoriato paese, concediamogliele. E poi? Perché nessuno lo dice, ma le condizioni per una pace duratura quali sarebbero? Ai russi dovrebbero andare tutti i territori conquistati, la regione del Donbass, oltre alla Crimea, la zona di Zaporizzja e quella di Cherson, cioè un quinto dell'intero paese. E va bene. Non tanto, ma l'Ucraina sarà costretta a cedere, però chiederà almeno la sicurezza che il rimanente territorio resti indipendente e sovrano. E chi lo può garantire, dopo che l'America ha sospeso l'invio delle armi all'esercito ucraino e dopo che si é astenuta all'Onu su una mozione che considerava la Russia come paese aggressore? Un modo é quello suggerito da Giorgia Meloni, e cioè di fare scattare le clausole previste dall'articolo 5 del trattato della Nato in base al quale se un paese viene aggredito tutti i paesi aderenti alla Nato si ritengono in guerra. Occorrerebbe però rimodularne il contenuto perché detto articolo prevede l'intervento solo in relazione ad invasioni di paesi europei (l'Ucraina ancora non fa parte dell'Europa) e dell'America settentrionale. Questo ha probabilmente evitato l'aggressione della Russia ai paesi baltici, che hanno aderito al Patto atlantico. Non so in base a quale meccanismo possa scattare questo articolo in mancanza di una formale adesione, ma evidentemente chi l'ha proposta deve averla studiata. Altro modo é inserire ai confini tra il rimanente territorio ucraino e quello divenuto russo una forza di interposizione che gli esperti ritengono non inferiore alle centomila unità, data la vastità del confine. Può riuscire la sola Europa a costituire un contingente così numeroso? In molti ne dubitano. Il presidente lituano Gitanas Nauseda, che ha invitato i paesi Ue a utilizzare i beni russi congelati per ricostruire l'Ucraina, ha ammesso tuttavia che al massimo i paesi Ue possono inviare 20-30 mila uomini. E dunque ci sarebbe bisogno di un contingente americano che per ora Trump non prende neanche in considerazione. I russi non vogliono sentir parlare di forze di interposizione né americana né solo europea. Ma qualche garanzia che Putin non si comporti come Hitler dopo la Conferenza di:Monaco e dopo l'annessione dei Sudeti la pretendono. Vedremo cosa succederà e se Trump, dopo essere stato pagato, cambierà idea su Zelensky e l'Ucraina. Intanto, e finalmente, si muove l'Europa. In Europa entrerà tra qualche anno anche l'Ucraina, e ci sono le repubbliche baltiche. Occorre prendere atto della proposta della Liutania ieri a Parigi e cioè che anche Moldavia e Georgia possano aderire. Bisogna creare uno scudo di protezione europea alle ambizioni belliciste di Putin che non sono segrete, ma assolutamente esplicite, e cioè di ricostituire l'Impero russo giudicando la fine dell'Urss come la più grande tragedia del novecento. Occorrerebbe certo un unico esercito europeo per la difesa unitaria del continente. Ma se la Polonia é il paese europeo che spende di più per la difesa (oltre il 4% del Pil, mentre l'Italia é sotto il 2) un motivo ci sarà, come c'era un motivo evidente per il quale due paesi tradizionalmente neutrali come Svezia e Finlandia hanno scelto l'adesione alla Nato. Ma se l'America di Trump, fino a che resta inquilino della Casa Bianca, ma anche dopo se il trumpismo gli sopravviverà, si disinteresserà dell'Europa smantellando tutte le basi, le attrezzature di difesa, gli insediamenti militari dovremo fare da soli. In questo senso va la proposta della Von der Leyen di autorizzare, anche in forma di prestiti, la spesa di 800 miliardi per la difesa al di fuori del patto di stabilità. Subbuglio ovviamente quasi solo in Italia. Avs grida ai propositi bellicisti del presidente della Commissione, i Cinque stelle anche, la Lega pure, mentre la Schlein giudica tale proposta un errore perché per difenderci bisogna aspettare l'esercito europeo. Naturalmente l'obiezione é relativa al fatto che tali risorse andrebbero spese per la sanità. Bé, oltre al fatto che non é con la sanità che si convince Putin a non invadere la Polonia, ma le risorse extra verrebbero stanziate solo per la difesa e un governo sarà libero di utilizzarle o meno. Questo populismo schleiniano ha stancato anche diversi pidini. Guerini, Quartapelle, Gentiloni, pare lo stesso Franceschini, usano un linguaggio ben diverso. Solo Calenda (assieme a Più Europa) tiene il punto sulla solidarietà alla lotta del popolo ucraino, sulla netta condanna delle posizioni del nuovo presidente americano, sulla necessità di unire e di armare l'Europa, come unica garanzia e deterrenza per la sua difesa, e noi siamo con lui.

Mauro Del Bue
Mauro Del Bue

Appello di Cicchitto e Ranieri per la difesa dei valori dell'Occidente

Non la vogliamo far lunga ma riteniamo che, al di là di storie e di collocazioni politiche diverse, c'è fra di noi un comune sentire su valori e scelte fondamentali: l'Occidente, la scelta di costruire un'Europa della politica estera, della difesa, dell'economia sociale anche con il ricorso agli eurobond in riferimento al piano Draghi e a un reale piano Mattei nei confronti dell'Africa, la assoluta tutela dell'Ucraina e di Israele, il pluralismo culturale, mediatico, politico e il ruolo dei partiti, il garantismo e una incisiva riforma della giustizia fondata sulla divisione delle carriere, sulla parità delle posizioni tra accusa e difesa con la magistratura giudicante davvero terza rispetto alle opposte posizioni nei processi.

Oggi l'intesa fra Trump e Putin, dagli sviluppi imprevedibili, presenta rischi gravissimi per la libertà e la democrazia e infligge un colpo durissimo alla nozione di Occidente.

Riteniamo che di fronte a tutto ciò e a molto altro sia indispensabile un salto di qualità anche nei rapporti fra di noi mettendo assieme, senza pretese di priorità e di egemonia, le nostre persone, i giornali, le riviste, le associazioni, le fondazioni che esprimono il nostro modo di fare politica e cultura.

Per tale motivo vi inviamo questo messaggio nella bottiglia. Poi nei prossimi giorni stabiliremo contatti anche con altre persone che voi eventualmente proporrete per trovare in primo luogo un'occasione formale di incontro in vista di eventuali iniziative più impegnative.

Fabrizio Cicchitto e Umberto Ranieri direttori di “Civiltà socialista”.

Direzione editoriale: Umberto Guerini, Biagio Marzo, Giancarlo Parretti, Sergio Pizzolante

Direttore responsabile: Fabio Ranucci

Collaborano: Margherita Boniver, Giuseppe Calderisi, Giuliano Cazzola, Simona Colarizi, Bobo Craxi, Luciana D'Aleo, Mauro Del Bue, Michele Drosi, Giuseppe Gargani, Ercole Incalza, Andrea Margelletti, Carmelo Messina, Umberto Minopoli, Riccardo Nencini, Piero Pagnotta, Claudio Petruccioli, Gianfranco Polillo, Lia Quartapelle, Laura Ravasio, Alessandra Servidori, Claudio Signorile, Nicola Sinisi, Andrea Spiri, Aldo Torchiaro, Stefania Tucci

Dall'archivio L'Eco Attualità

  domenica 29 gennaio 2017

AICS a Congresso Lo Sport sociale una risorsa per il paese Bandera passa a Vallara il testimone

Ci eravamo già occupati, come si ricorderà, delle feconde iniziative di uno tra i più attivi enti di promozione sportiva. Che fin dalle sue origini, pur occupandosi del prevalente core businnes, ha sempre coniugato la promozione sportiva con la crescita culturale e, da un po’ di tempo, della solidarietà sociale.

  martedì 15 giugno 2021

L'EcoRassegna della stampa correlata - "Un G7 di decisioni"

Di Domenico Cacopardo

  mercoledì 29 dicembre 2021

ANPI Crema

Celebrato il IV congresso

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