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Focus Ucraina (e ampi dintorni) /16

Rassegna della stampa correlata

  10/03/2025

Di Redazione

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Germania, Europa, Italia

Editoriale di Mauro Del Bue

Vorrei collocare il voto tedesco di domenica in una più vasta cornice europea. Anche a Berlino si configura l'alleanza tra popolari e socialisti più verdi o liberali (se avranno superato lo sbarramento elettorale del 5%). L'estrema destra, nonostante il successo dell'Afd, che ha oltrepassato il 20% e l'Spd, piombata a poco più del 16, non governerà il Paese, come Le front national di Marine Le Pen non ha governato la Francia nonostante il risultato trionfale delle elezioni europee del 2024, non ripetuto poi nelle legislstive anticipate indette da Macron qualche mese dopo. Perfino in Austria, dopo il successo elettorale dell'estrema destra, si va profilando in questi giorni la possibilità di creare un governo formato da popolari, socialdemocratici e liberali che metta in un canto il partito della Libertà d'Austria di Herbert Kikl, che ha pure ottenuto la maggioranza relativa dei consensi. L'estrema destra vince, ma non governa. Solo in Italia due partiti di destra, Fdi e Lega, sono al governo con l'appoggio di un partito popolare come Forza Italia, che invece in Europa é alleato coi socialisti. Solo in Italia i socialisti, chiamiamoli così quelli del Pd se non si offendono, sono alleati con l'estrema sinistra (la Linke tedesca o il partito di Melenchon francese) e coi populisti dei Cinque stelle. Così fuoriesce ancora l'anomalia del sistema politico italiano, frutto della vecchia anomalia, cioè la presenza del più forte partito comunista d'Occidente. Ne è derivato un sistema non più identitario e atipico in Europa dove i socialisti non si chiamano così e si alleano con chi sta più a sinistra, i popolari neppure e si alleano con chi sta più a destra e i verdi si presentano in lista con l'estrema sinistra. Le definizioni nascondono le identità. Si dirà che tutto questo è frutto di un sistema elettorale bizzarro, proporzionale per finta ma maggioritario rigido per davvero. Così si radicalizzano gli schieramenti e la reductio a due rende difficile creare un centro. Intanto iniziamo col dire che nonostante o proprio a causa di questo sistema elettorale gli italiani che tradizionalmente erano il popolo che si recava di più alle urne é diventato quello più assente in assoluto. Pensiamo che alle elezioni europee non ha votato da noi neppure il 50% degli aventi diritto e che nel 2022, alle politiche, ha votato il 66% contro l'84% dei tedeschi ieri. Poi riflettiamo su un secondo punto. E cioè che le tre leggi elettorali (il Mattarellum, il Porcellum e il Rosatellum), tutte per la maggior parte o tendenzialmente maggioritarie, hanno creato maggioranze eterogenee, confuse e litigiose, che nessun governo è arrivato alla fine della legislatura dal 1994 ad oggi, che in un caso si è arrivati a un governo coi partiti che avevano perso le elezioni, in un altro caso si sono succeduti ben tre governi, due legislature sono durate solo due anni, un'altra è stata commissariata dal presidente della Repubblica, un'altra ancora si è dipanata con tre presidenti del Consiglio, un'altra, aperta con una maggioranza tra due contendenti, si è capovolta con lo stesso presidente del Consiglio a far maggioranza cogli opposti, e poi con l'ex presidente della Bce a tirar fuori tutti dai pasticci. Non basta questo tourbillon di formule, di accordi e di fallimenti per fare il funerale al maggioritario? Se il maggioritario doveva creare stabilità ha fallito, se doveva offrire al popolo il diritto di scegliere i governi anche. Infine un terzo ragionamento. Le vicende internazionali, la superba bramosia di Trump e la sua indifferenza ai temi della libertà unita all'imperialismo bellico di Putin impongono subito di unire l'Europa che potrebbe divenire con l'America di Trump, la Russia di Putin e la Cina di Xi, il solo continente che ha cuore gli ideali di solidarietà e di indipendenza tra i popoli. Dunque anche in Italia occorre un governo europeista, non uno assente il 24 febbraio a Kiev, non uno che tiene un piede in Europa e uno a Washington, non uno che con Salvini esalta la pace di Trump e le offese a Zelensky. Il Pd, al cui interno si agitano anime autenticamente riformiste, non può presentarsi con chi come Conte si compiace che Trump abbia ascoltato i suoi consigli, con chi si trova isolato in Europa, con chi non vuol spendere non solo per un'arma ma neanche una parola per Kiev. Ricerchi la sinistra riformista, quella d'ispirazione socialista, quella di ispirazione liberaldemocrstica un accordo coi popolari italiani nello spirito delle recenti dichiarazioni di Carlo Calenda e Marina Berlusconi e si recuperi a un ruolo di governo italiano o europeo una risorsa come Mario Draghi. L'Italia sia all'altezza della sua storia. Non balbetti ma dia un'indicazione di futuro.

Forum dei lettori

Caro Eco, è stato per me, leggendo Focus Ucraina/15 dell'Eco del popolo, come condividere un pensiero, un ideale. Dalla mente e dal cuore erano solo approvazioni ciò che uscivano dalla mia bocca: si è così, bisogna fare la resistenza oggi. L' Europa che vogliamo va cambiata, dobbiamo incoraggiare i primi segnali di unione vera di tutti gli Stati UE. Basta veti, burocrazia e freni bisogna agire con determinazione a voti di maggioranza. La libertà dei popoli e la democrazia va difesa e se non basta la diplomazia va rafforzato anche l'armamento bellico. Zeleski non deve essere lasciato solo, dopo il coraggio dimostrato a difesa della sua autonomia. È stato un Davide contro Golia, era prevedibile che la guerra non l'avrebbe vinta. Ora cerca la pace, dopo tanta distruzione ed orrore, ma non deve essere una resa la sua bensì la base per un impegno duraturo da parte di Putin a non intaccare l'indipendenza dell'Ucraina.

C.L., 9 marzo 2025, Vicenza.

Cara Lettrice, grazie. La Tua attenzione, che nel caso è consensuale ma che, all'occorrenza, può e deve essere critica, è per noi un incoraggiamento. Stiamo sul pezzo UCRAINA intensivamente da un mese. Oggi dal primo mattino. abbiamo appena concluso gli appunti. E tra poco, quasi stremato, buttiamo giù la prova editing. Allo scopo abbiamo rivisitati i nostri precedenti scritti riferiti alla CED nel 1954. C'erano. Ma il grosso dell'impegno è immancabilmente rappresentato dalla attualizzazione. Ci giudicherai. Un abbraccio.

L'ECO-Memo

Con un invito: vincete le riluttanze e gettate il cuore oltre gli ostacoli. Chi può partecipi. Anche idealmente.

Vugnetta di Giannelli su Corsera
Vugnetta di Giannelli su Corsera

…che prendiamo in prestito, in aderenza ai doveri di rispetto di copyright e molto ringraziando, in omaggio al postulato del “Postino” Mario Ruoppolo (secondo cui “le poesie non sono di chi le scrive ma di chi gli serve!). E a noi, per testimoniare, iniziando dal titolo, ciò che desideriamo analizzare, lavori come quello di Giannelli valgono più di molti editoriali.

Pagato il dovuto pedaggio, dedichiamo questo Focus Ucraina numerato 16 allo sforzo di dare concretezza, almeno per quanto ci riguarda e per quanto in generale al senso del confronto in corso; mettendo, appunto, a fuoco un aspetto dell'analisi non esattamente supportata da particolare impeto circostanziale, ma, diciamolo con franchezza, lasciato un po' galleggiare quando non addirittura affidare alla ‘ammuina.

Cominciamo, tenendoci strettamente aderenti alla linea (sic) colloquiale degli ultimi giorni e per “non ciurlare nel manico” (come direbbe il dottor Galluzzi in Don Camillo monsignore ma non troppo), co postulati e coi numeri.

Quello del premier polacco Tusk evidenzia la stranezza, diciamo così, della pretesa secondo cui la supernazione europea con 500 mln di abitanti pretende di affidare la propria difesa a 300mln di cugini americani contro 140mln di nemici russi.

Il fatto che fin desso si è proceduto così non significa che debba restare così per l'eternità. Cosa che, a cominciare dagli exit poll delle recenti Presidenziali, non era difficile capire.

Diciamo pure che i massimi vertici UE e dell'intero establishment (coi loro ghost writer o influencers che dir si voglia) non sono, a dispetto delle prerogative e degli emolumenti, loro e dei suggeritori, molto ben assistiti per quanto si riferisce ad una comunicazione efficace e ad un tempo preservato da un indotto, che, come nel caso, produce effetti fuorvianti.

Era preferibile la locuzione "Re-arm" o un più ammiccante "Defend Europe"?

Interrogativo retorico, considerato che chi poteva e doveva ha opzionato una comunicazione che, come un cacio sui proverbiali maccheroni, ha nutrito un profluvio di polemiche e disallineamenti in propositi, che avrebbero dovuto apparire scontati.

Perché qui il problema non è, come scherzosamente provoca Giannelli, di sparare colpi, bensì di trovare gli strumenti atti a sparare e gli operatori, fatti credibili eserciti, che li sparano.

Adesso, proprio volendo ispirarci alla prudenza attorno a tematiche che la impone, siamo un po' prima dei preliminari; per di più in piena crisi da confusione che l'accelerazione di accadimenti inaspettati non faceva prevedere e che stanno gettando nel panico establishments che si stanno rivelando del tutto inconsapevoli che potessero planare sui loro tavoli.

Non chiedeteci (non solo perché non officiati di questioni così rilevanti, ma soprattutto perché non adeguatamente preparati) cosa avremmo fatto. Indubbiamente non ci saremmo impiccati alle pretattiche e alle vulgate che, con esiti non esattamente esaltanti, stanno inondando la scena politica continentale e le aie dei partners nazionali.

Abbiamo pensato da subito che la migliore risposta al gesto dell'inquilino della Casa Bianca e dei cinguettii con l'autocrate del Cremlino sarebbe stata rappresentata, ovviamente in unione con concreti endorsements istituzionali, da una forte campagna di sensibilizzazione/consapevolizzazione civile. In cui avrebbe un ruolo non esattamente marginale il segmento relativo alla inaggirabile metabolizzazione di drastici cambi di passo e di mentalità.  Quale è e sempre più sarà la messa a punto di quella straordinaria spending review imposta da quello che si può ben dire "aggiustamento" discendente, come osserva Lucrezia Reichlin, da uno scenario di guerra. Che (dice Reichlin) metterà in competizione "burro e fucili"

Ovviamente detto in po' all'ingrosso. Perché, in realtà, ad essere in alternativa è la priorità del cosiddetto welfare, minato lentamente nei suoi perni fattuali e non raramente pervaso da assistenzialismo parassitario, compiacenti rincorse consumistiche collettive ed individuali del tutto incompatibili con la sostenibilità etica del rapporto meriti/bisogni ed economica, fortemente ridimensionata dagli effetti della de-globalizzazione. Tutto quanto imporrà scelte ineludibili, chirurgiche e disallineate rispetto a convincimenti consolidati ed in linea con lo "scambismo" sociopolitico. Già...non proprio burro versus fucili...ma sicuramente "tagli" (sperabilmente equi e mirati ai parametri della scala sociale) versus l'acquisizione dell'indipendenza nell'autodifesa militare, prioritariamente attraverso il combinato apparati militari e tecnologie difensive (o, occorrendo, di efficace deterrenza e o di rapida controffensività).this is the real question. Con l'annesso, a beneficio degli eventuali "impermeabili", ed abusato vocativo anglosassone (copyright Clinton): "stupid"

La cosiddetta "età dell'oro" (con cui per il 30nnio del "villaggio globale”, caratterizzato dalla deregulation e dalla finanziarizzazione dell'economia, fu consentito, anzi fu istigato far soldi coi soldi) arrischia il fuori strada. Fossimo nella war room, politica e non solo, cominceremmo, a campione (sic) a testare l'impatto che il riavvolgimento della pellicola del welfare, come diritto universale garantito. Che è stato, pur nelle forti attenuazioni dell'epoca recente (suggerite dal portato della caduta del muro, un forte collante sociale e suggestione per mezzo secolo, a livello di l miglior contrasto all'ideologismo demagogico del sovietismo. Combattuto, secondo le giuste strategie occidentali con la messa in campo di un modello in cui fossero aggregati la liberaldemocrazia e lo stato di benessere. Ma anche la sicurezza!

E mo' che adesso questa sicurezza sembra vacillare e che gli investimenti discendenti dal cambio di strategie cambieranno, come si suol dire, usi e costumi, che si farà!

L'argomento, ovviamente, impegna le menti e le passioni civili che questi slanci si possono permettere.

Preferiamo, si domanda l'apprezzato concittadino (benché cremasco), Beppe Severgnini: chi vuole un'Europa docile e imbelle?  Inevitabilmente destinata ad essere soggiogata non già da diretti attacchi militari bensì dalla "moral suasion" della minaccia. Beppe, però, inciampa su un punto. Quando afferma;

La cosa migliore, per il Cremlino, sarebbe dominare l'Europa senza usare la forza. Spaventandola. Non ci riuscì l'URSS negli anni 80, al tempo degli euromissili (osteggiati dalle sinistre, che evidentemente dei sovietici si fidavano).

Necesse, caro e stimato Severgnini, una parziale rettifica: osteggiati da una parte numericamente prevalente della sinistra.  Quella (per chiarezza: il Pci) che stava ancora salomonicamente e vantaggiosamente in mezzo al guado, tra la teorizzazione dell'Eurocomunismo (purché rigorosamente neutralista, pacifista e disarmato) e un'intensa separazione col sovietismo (che anche allora rappresentava il nemico politico, economico e militare del modello liberaldemocratico e laburista prevalente nel Vecchio Continente. C'era un'altra sinistra da tempo approdata alla socialdemocrazia, all'europeismo, alla alleanza Occidentale.  Che credeva pienamente nella coesistenza. Non sulla fiducia. Bensì con il moschetto al piede, meglio con i Cruise e i Pershing, schierati in contrapposizione agli SS20, installati ai confini europei come minaccia ben esibita e percepibile del Cremlino. La sinistra "altra" (quella del nuovo corso riformista iniziato nel 1978 e guidato da Craxi) si sarebbe rivelata l'avamposto di un concreto schieramento a favore di un pacifismo, dicendolo con Beppe, ma parti invertite, non docile e imbelle, bensì dotato di apparati atti alla concreta deterrenza. Un "lusso" di testimonianza che un movimento, numericamente minoritario benché alla testa di una vasta resipiscenza di stampo socialdemocratico e  europeista, il PSI, si poteva permettere. Anche come coerente gesto di accreditamento. Mentre "le sinistre, che evidentemente dei sovietici si fidavano" continuavano a permanere a livello di appartenenza ai blocchi tra coloro che stanno sospesi (continuando, anche in quella temperie ancora per un breve periodo, a percepire gli aiuti dei tovarich del Cremlino.  Comprendiamo allora, come continuiamo a comprendere adesso (dopo 40 anni da quegli accadimenti) i pericoli della semplificazione. Ma quel "realismo/doppiezza" (di derivazione togliattiana) forse proietta la sua lunga ombra sugli odierni "indecisionismi" dem.

Pagato il dovuto pedaggio alla chiarezza e con la riserva di riagguantare un'analisi fortemente sorretta fattualmente, passiamo ad enucleare “i precedenti”, a dire il vero molto poco rivisitati, la cui conoscenza favorirebbe, se non proprio il discernimento degli investiti di mandato, le giuste percezioni e le discendenti consapevolezze dell'opinione pubblica continentale.

La Comunità europea di difesa (CED; in inglese European Defence Community; in francese Communauté Européenne de Défense) fu un progetto di collaborazione militare tra gli Stati europei proposto e sostenuto dalla Francia e precisamente dal Primo ministro René Pleven con la collaborazione dell'Italia di Alcide De Gasperi nei primi anni cinquanta. Il progetto fallì per l'opposizione politica della Francia, dovuta a un suo successivo ripensamento.

Le origini della CED

Le prime idee per la costruzione di un esercito europeo – o per lo meno per l'istituzione di un coordinamento sulla produzione degli armamenti – risalgono ad una nota del governo italiano (ministro degli esteri Carlo Sforza) del maggio del 1950. Lo scoppio, di lì a breve, della guerra di Corea, cambierà la situazione di partenza: la possibilità che quella guerra fosse solo una manovra preliminare all'invasione sovietica dell'Europa riporta alla ribalta il problema della Germania Ovest. Era infatti assodato che la difesa dell'Europa non poteva essere condotta con ragionevoli possibilità di successo senza la partecipazione di un esercito tedesco.

Il Consiglio d'Europa, da Strasburgo, votò una mozione a favore della costituzione di un esercito europeo. La Nato, nello stesso periodo, spostò la linea da difendere fino all'Elba, rendendo così indispensabile la partecipazione della Germania Ovest all'eventuale conflitto. La Francia, che al riarmo della Germania, proprio in sede atlantica, si era opposta in modo oltremodo netto e secco per bocca del ministro Robert Schuman, si trovò ad aver bisogno di una sua proposta da portare avanti onde evitare l'isolamento diplomatico.

Per raggiungere questo fine venne ideato da Jean Monnet (e poi presentato da René Pleven, primo ministro, e quindi detto piano Pleven) un esercito europeo, da comporsi di sei divisioni, sotto il comando della Nato e gestito da un ministro europeo della difesa, con annesse istituzioni (sostanzialmente ricalcanti quelle della CECA). Questo piano doveva avere la funzione di non ostacolare la formazione di un esercito europeo e nel contempo di evitare un riarmo tedesco che i francesi non avrebbero accettato: tutte le nazioni partecipanti avrebbero «devoluto» una divisione all'esercito europeo, mantenendo un esercito nazionale, salvo la Germania Ovest, che avrebbe dovuto armare solo la divisione dell'esercito integrato. Il piano andava incontro alle stesse volontà dell'opinione pubblica tedesca e del cancelliere Konrad Adenauer, sostanzialmente contrarie al riarmo del paese per ragioni storiche.

La formulazione del Piano

Monnet e Eisenhower, con il loro accordo, non convinsero De Gasperi a partecipare con maggiore impegno. La proposta del governo italiano, influenzata pesantemente dalle idee di Altiero Spinelli (in quel momento vicino a de Gasperi), chiedeva di istituire un'assemblea per la gestione dell'esercito integrato, la quale (secondo l'articolo 38 dello statuto) avrebbe anche dovuto occuparsi di studiare la costituzione di un organo rappresentativo democratico e i poteri da conferirgli. La proposta italiana non sortì grandi effetti, soprattutto per i dissidi franco-tedeschi, che poterono essere risolti solo dall'ultimatum americano, il quale minacciava di armare un esercito tedesco se non si fosse firmato al più presto il patto istitutivo della CED, la comunità europea di difesa. Il patto venne firmato il 27 maggio 1952 e i vincitori restituirono alla Germania la piena sovranità nazionale. Nel frattempo veniva approvata da tutti i partecipanti l'istituzione della CECA e per cavalcare l'onda di questo successo si delegarono all'assemblea di questa (piuttosto che a quella della futura CED) i compiti di cui all'articolo 38 dello statuto della CED.

Il fallimento della CED

Rapidamente venne redatto dall'Assemblea allargata della CECA lo statuto della CPE, Comunità politica europea, vero e proprio embrione di una costituzione federale. Ma la CPE non verrà mai istituita: i governi impegnati nella faccenda non potranno farlo, in quanto vincolati all'accettazione, da parte dei rispettivi parlamenti, del trattato sulla CED. Francia e Italia non approveranno tale trattato, l'Italia rimanderà la presentazione al parlamento fino alla decisione francese, che fu negativa: l'Assemblea Nazionale francese rigettava il trattato (mediante un espediente procedurale) il 30 agosto 1954.

Tra le cause della mancata approvazione vi è sicuramente la morte di Iosif Stalin, che attenuò momentaneamente il conflitto fra URSS e occidente capitalista; importantissima parte nella questione ebbero poi i problemi interni della Francia: la guerra in Indocina (che stava andando malissimo) e l'impossibilità, per i nazionalisti interni, di accettare il riarmo tedesco. A poco giovarono le brusche pressioni del Segretario di Stato americano, Dulles, che aveva sostituito il più diplomatico Acheson. Il governo radicale e socialista di Pierre Mendès-France, che risolse il problema dell'Indocina, provò in seguito a ottenere delle modifiche dello statuto, ma senza successo.

La soluzione al riarmo tedesco e alla forza militare europea viene trovata con l'iniziativa del ministro degli Esteri inglese Anthony Eden. L'Italia e la Germania Ovest vengono invitate ad entrare nell'Unione europea occidentale, viene approvato il trattato di Bruxelles modificato (l'originale è del 1948), inoltre la Germania Ovest può ricostituire un proprio esercito con limitazioni nel numero di soldati e di armi.

Di tutto ciò abbiamo scritto, senza alcuna vanagloria, in un nostro precedente lavoro, tratto in stretta aderenza a quello che vent'anni fa si rivelò un formidabile binario della successione degli accadimenti compresi nel periodo che va dalla Liberazione fino quasi ai precordi della fine della cosiddetta prima repubblica.

Ovviamente, fecondi ripensamenti successivi a quel 1954, anno in cui fu cantato il de profundis di quel progetto di integrazione continentale, avrebbe restituito lucidità e dignità ad un pensiero socialista, ancora vittima della sindrome di Stoccolma per effetto del Patto d'Unità d'azione socialcomunista.

5 - I "blocchi dividono il mondo, ma anche l'Italia

5. 3 – Quel “neutralismo” a guinzaglio corto che produsse l'isolamento internazionale del socialismo italiano

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Chiusa la (quasi) digressione, relativa alla questione di Trieste, ci si richiama alle riflessioni sviluppate nell'articolo di Stocchero del 15 febbraio 1947 e relative al trattato di Parigi.

Che evidenziava, unitamente ad una scia di controversie indefinite, la tendenza, da parte della forza egemone, ad attuare il radicamento del proprio modello in tutti gli ambiti territoriali delineati da Yalta.

Il neutralismo socialista, sostenuto dall'idea europeista, veniva incardinato nel dibattito locale già da “Humanité d'abord” del 6 ottobre 1945:

Salutiamo la vittoria dei socialisti francesi nelle elezioni cantonali ed auspichiamo che essa sia il preludio al trionfo del socialismo alla futura Costituente della Repubblica vicina.

Alla vittoria laburista segue, dunque, quella, di più limitata ma di non minor significato, del socialismo francese.

L'Europa occidentale mostra di trarre insegnamento dalle terribili lezioni del passato: i successi del socialismo sanzionano la condanna della politica conservatrice e nazionalista in cui era venuta a scadere la pur gloriosa tradizione liberale ottocentesca, ridottasi, negli uomini e nelle idee, a puri schemi astratti di vita politica non vivificata dalla necessaria aderenza alla realtà e priva, pertanto, di alcun nuovo messaggio per l'umanità.

La realtà segna oggi la preminenza del lavoro e della sua funzione e l'inderogabile necessità che i lavoratori si pongano al centro del rinnovamento della nostra civiltà.

L'umanità, afflitta dall'orrore delle due guerre alternatesi a crisi economiche e politiche disastrose, rivendica il suo diritto alla vita ponendosi per le vie nuove del Socialismo.

È ancora la libertà che vuole trionfare nel suo profondo significato di umanità, di difesa cioè dell'individuo e della sua personalità contro le invasioni aggressive di un sistema economico e sociale di privilegio alleantesi alle più aberranti concezioni politiche liberticide.

I popoli si rivolgono a nuovi ideali, a nuovi costumi e a più moderni sistemi politici.

Per queste strade l'Europa ricerca il suo nuovo assetto come base e condizione per la salvezza della sua civiltà.

Anche il socialismo italiano attende la sua era ed è in trepida attesa di superare gli ultimi ostacoli si cerca di ingombrare il fatale avanzare, alla ricerca di una sintonia, prima ancora umana che politica, cogli altri paesi d'Europa.

Solo attraverso un allineamento socialista dei paesi occidentali d'Europa, che sappia svolgere una superiore funzione di mediazione di tutte le esigenze ed esperienze moderne, l'umanità intera troverà il suo punto d'equilibrio per non perire. E non perirà.

Il mondo attende la sua sistemazione non da conferenze diplomatiche, ancora troppo legate a schemi ed a metodi passati; può fallire il convegno di Londra, ma importa che si vinca sul terreno politico nell'interno dei vari paesi, smantellando il vecchio stato conservatore e perciò fatalmente imperialista, affinché si giunga alla concordia sostanziale dei vari popoli.

Sarà il socialismo, quello che è prima un sentimento che una particolare dottrina, che è più un motto di spontanea umanità che una fredda formula scientifica, che avrà la funzione di risollevare i popoli proprio per il suo significato profondamente umano.

Humanité d'abord, perché contro l'esasperante individualismo, conseguenza di una male intesa concezione della libertà e di uno stecchito significato formale, contro le disumane dottrine nazionalistiche, frutto di decadenza umanistica sottilmente sfruttata da interessate classi privilegiate, l'umanità reclama i suoi diritti attraverso il socialismo come espressione delle esigenze e delle sue più profonde e legittime aspirazioni.”

In quelle intuizioni di “A.F.”, probabilmente Arideo Fezzi, era evidente la certezza che il nuovo ordine mondiale, fondato sul pacifismo e sulla collaborazione, sarebbe stato favorito dall'allineamento delle nazioni europee al modello del socialismo umanitario.

Stocchero completò l'analisi degli sviluppi delle tendenze internazionali nell'editoriale del n° 99, titolata “Miliardi che follia”:

“Il 12 marzo il Presidente Truman ha pronunciato un importante discorso di politica estera al Congresso in seduta speciale a Washington.

Le dichiarazioni di Truman segnano un nuovo e preoccupante orientamento della politica estera americana che i recenti mutamenti nella compagine governativa lasciavano apertamente intravvedere.

Infatti rompendo una tradizionale linea programmatica il Governo americano annuncia che interverrà decisamente negli affari interni di Stati sovrani come la Turchia e la Grecia a sostegno di principi politici e sociali che trovano riferimento esclusivamente negli interessi dei banchieri e degli industriali.

L'America – nelle parole di Truman – intende attuare nel mondo un ordinamento politico e sociale conforme alla morale quacchera degli anglosassoni.

Per convincersene é sufficiente soffermarsi sulla frase di Truman: ‘Basta dare uno sguardo ad una carta geografica per rendersi conto che il sopravvivere della Nazione greca nella sua integrità é di grande importanza nei confronti di una situazione ancor più vasta'.

È evidente l'accenno a preoccupazioni che esulano dai bisogni della Grecia e della Turchia per investire problemi ben più complessi d'ordine generale.

Truman ha tranquillizzati i Delegati al Congresso sull'uso dei 400 milioni di dollari (corrispondenti – sempre in base ad una attualizzazione valutaria approssimativa – ad attuali 20.000 di Euro; nda) concessi alla Grecia ed alla Turchia.

In relazione a ciò il Dipartimento degli Esteri invierà in Grecia ed in Turchia propri ‘esperti' per ‘collaborare' con quelle autorità sull'uso più confacente dei dollari americani.

La nostra preoccupazione trova riferimento nel fatto che le dichiarazioni del Presidente Truman sembra esprimano le esigenze dei nuovi dei nuovi Dirigenti della politica americana.

Eminenti uomini politici come Charles Eaton, il senator Arthur Vandenberg, il leader democratico Sam Rayburn, lo speaker Martin ed il repubblicano Charles A. Halleck hanno subito approvate le dichiarazioni del Presidente Truman.

Il popolo lavoratore comprende facilmente – caduta la maschera – che la democrazia e la libertà di cui vanno cianciando inglesi ed americani rappresenta un modo come un altro per assicurare il predominio alla borghesia reazionaria contro l'ascesa del proletariato a classe dirigente.

Roosvelt era riuscito – con il suo grande prestigio personale - a limitare l'influenza dei capitalisti imprimendo alla politica interna ed estera degli Stati Uniti un carattere nettamente ‘progressista' che aveva reso possibile una costruttiva collaborazione con le potenze democratiche del mondo intero.

Il discorso di Truman deve inoltre essere esaminato attentamente per i suoi riflessi sulla politica dell'Inghilterra.

Troppe voci si sono alzate per denunciare una presunta decadenza dell'impero inglese.

Un esame obiettivo della situazione conferma la piena solidità della potenza inglese.

Altre potenze in questo ultimo cinquantennio hanno contrastato l'egemonia inglese.

Il Giappone, la Germania, gli Stati Uniti e la Russia avevano messo un limite allo strapotere inglese.

Comunque eliminate le prime due (Giappone e Germania) l'Inghilterra ritiene possibile neutralizzare l'influenza della Russia mediante l'appoggio degli Stati Uniti.

La prima e la seconda guerra mondiale hanno messo in evidenza i progressi della tecnica trasferiti agli armamenti e l'opportunità di premunirsi saldamente dagli attacchi sorpresa.

La seconda guerra mondiale ha dimostrato che l'Inghilterra non sarebbe in grado di sostenere da sola l'assalto combinato di un'altra potenza.

Ecco così l'azione degli inglesi per legare sin dall'inizio al proprio carro gli Stati Uniti.

Pertanto l'abbandono delle posizioni ‘strategiche' in Turchia, Grecia, Egitto, Palestina, India ecc.

Deve essere considerato come il tentativo più ardito della politica inglese di compromettere gli Americani in un'azione diretta in Europa, Asia ecc.

Gli Americani subentrando nelle posizioni ‘chiave' lasciate dagli inglesi realizzano quell'unità organica del mondo anglosassone tanto cara alle caste capitaliste.

Il Governo di Attlee può lasciare così agli Stati Uniti l'ingrato e duro compito di combattere tra gli spalti avanzati per la borghesia reazionaria contro i lavoratori.

Il discorso di Truman non ha segnato alcun miglioramento nella situazione.

Anzi l'attivismo e megalonismo degli Americani, cristallizzando la politica mondiale in due blocchi contrapposti può alla fine compromettere irrimediabilmente la pace.

La consapevolezza delle tendenze ormai in atto nello scacchiere mondiale, quali erano state analizzate dagli scritti di Stocchero, che in quei mesi dirigeva L'Eco del Popolo, si stava ormai diffondendo nella militanza socialista e confluiva sia nella definizione della linea politico-parlamentare sia nella propaganda di massa.

Se ne ha un segno dalla lettera a L'EdP sul n° 114 di un attivista socialista, titolata “Per chi vive d'illusione”:

La reazione non dorme! Da tempo da queste colonne avvertiamo i lavoratori.

Le prove si aggiungono alle prove in tutto il mondo.

Dall'Italia alla Francia, alla martoriata Grecia, ovunque é un rifiorire di atti terroristici contro le forze del lavoro.

In Sicilia, in Calabria, e senza che le forze della ‘Repubblica' intervengano, si distruggono sedi dei partiti proletari, si uccidono inermi lavoratori riuniti nelle loro sedi.

In Grecia le ‘regie' truppe di Tsaldaris massacrarono gli eroici partigiani aiutati in ciò da capitali stranieri.

In Francia il candidato Fuerher, De Gaulle, lancia proclami per la salvezza della patria, che non può essere (manco a dirlo) opera sua e del suo movimento.

Intanto i ‘cagoulards' (cioé i ruffiani del re e dei capitalisti) complottano ai danni della Patria con tutte le canaglie lasciate in vita dalla generosità del popolo.

In Spagna, nella disgraziata Spagna del ‘Caudillo', avvengono tutti i giorni fatti inconcepibili in uno Stato civile.

Questo signore, aiutato dal capitalismo, proclama senza interpellare il popolo, che la Spagna é una monarchia.

Per ora lui farà da monarca.

In seguito si vedrà.

Nei democratici Stati Uniti d'America, contro lo stesso parere del non troppo tenero coi lavoratori presidente Truman, si votano leggi draconiane contro i lavoratori stessi, tanto che agitazioni sono scoppiate e scoppieranno ovunque.

Così va il mondo, cari compagni!

E voi?  Che fate? Sveglia é l'ora delle decisioni!

Il secondo articolo di Stocchero e massimamente la “lettera dell'attivista” (sic!) denunciavano senza equivoci un taglio inclinante ad una visione manichea, che poneva irrimediabilmente a carico del blocco divenuto nemico – a prescindere dal fatto che l'Italia, bon gré ou de force, ne facesse parte - tutto il male possibile.

Secondo una tecnica propagandistica, in cui anche il socialismo italiano rimarrà avviluppato.

Fino al punto da risultare un corpo estraneo rispetto alla comunità del socialismo internazionale, dove, per quanto non si rinunciasse a sviluppare la difesa della pace e della convivenza, non si perdeva contatto con l'allocation occidentale.

La posizione del PSI, in tal senso, comincerà ad entrare in rotta di collisione, in un primo tempo, con il coordinamento europeo socialista e, successivamente, con l'Internazionale, una volta ricostituita.

La riattivazione dell'Internazionale Socialista, o meglio di quel che ne era restato dopo le lacerazioni avvenute a seguito della rivoluzione bolscevica e del secondo conflitto mondiale, che aveva spianato qualsiasi collegamento, era stata negli auspici, nelle riflessioni e negli scritti di Pietro Nenni.

Riportiamo, in tutto o in parte, tre fondamentali scritti nenniani in materia.

L'ora dell'Internazionale” del 12 settembre 1944:

Fra le deliberazioni del consiglio Nazionale Socialista di Napoli, quella di sollecitare la convocazione di una Conferenza internazionale socialista che imposti i problemi della pace dal punto di vista degli interessi dei lavoratori non è delle meno importanti. (…)

Il giorno, ormai non lontano, in cui la dittatura hitleriana crollerà, noi assisteremo in Europa e nel mondo al disfrenarsi di appetiti nazionalisti ed imperialisti, contro i quali sarà urgente mobilitare le classi lavoratrici, perché la pace non sia una tregua farmi.

È questa l'esigenza di cui il nostro Consiglio nazionale si è fatto interprete ponendo fin d'ora il problema della rinascita dell'Internazionale.

Né sorprende che una tale iniziativa sia partita dall'Italia.

Noi dobbiamo alla particolare sensibilità dei nostri lavoratori per i problemi della solidarietà internazionale (riflesso delle nostre disagiate condizioni economiche che sovente ci spingono sulle vie dell'emigrazione e della frequenza con la quale le nostre lotte politiche si sono concluse con l'esilio) l'abitudine di pensare in termini europei o mondiali. (…)

Si tratta di ripartire da zero, giacché nel contempo anche la III Internazionale si è sciolta.

E può dar che, in definitiva, partire da zero sia un elemento di successo nei confronti della situazione del 1919-20, quando ben tre Internazionali (come dire nessuna) si contesero il ruolo di guida del movimento operaio, la II che cercava di rinascere dalle sue ceneri, quella di Vienna che fu detta la II e mezzo e la III.

Ma anche e soprattutto in questo campo, è necessario far presto perché sono in gioco interessi e passioni formidabili e perché la società non tollera il vuoto né la storia aspetta i comodi degli assenti o dei ritardatari.

Difficoltà dell'InternazionaleLondra, 17 marzo 1945:

La riunione dei partiti socialisti di Londra non ha fatto fare all'Internazionale un decisivo passo in avanti.

Erano presenti, unitamente alla rappresentanza del Labour Party, i delegati dei Partiti socialisti di Francia, Belgio, Italia, Palestina, nonché quelli dei paesi ancora occupati dai tedeschi: Olanda, Norvegia, Cecoslovacchia e della Polonia (rappresentata dagli emigrati a Londra).

Sono stati discussi i problemi inerenti alla riorganizzazione economica dell'Europa e all'aiuto da dare ai paesi occupati; quelli monetari in rapporto alla conferenza di Bretton Woods; quelli dell'organizzazione della pace nel quadro della Conferenza di Dumbarton Oaks e del recente Convegno di Yalta; è stata elaborata una dichiarazione sull'avvenire della Germania.

Nei cinque anni che hanno preceduto la guerra l'internazionale non è praticamente riuscita ad organizzare e dirigere la lotta del proletariato contro l'hitlero-fascismo perché non si è mai praticamente scostata dalle deliberazioni ufficiale dei governi. (…)

In definitiva è sembrato prudente rinviare ogni deliberazione circa la ricostituzione effettiva dell'Internazionale.

Intanto i socialisti inglesi sono sul punto di inviare una loro delegazione a Mosca per chiarire i rapporti fra il socialismo occidentale ed il comunismo orientale. (…)

Ma ho l'impressione che in realtà si sia più avanti da noi in materia di vera unità d'azione, malgrado le difficoltà create dalla tattica diversa dei due partiti  nei confronti del governo e malgrado non si sia messo l'accento sull'unità organica e non si siano create le commissioni di unificazione, che, a mio giudizio, non trarranno un ragno dal buco, la fusione non potendo insorgere che dal processo comune nella visione e da chiarimenti di metodologia interna ed internazionale che devono scaturire dai fatti piuttosto che dalle parole. (…)”

L'iniziativa internazionale nenniana operava, però, anche a livello bilaterale; come dimostra la “La lettera aperta al Labour Party” del 13 agosto 1944, in cui il leader socialista associa, dimostrando statura da statista, ai problemi dell'organizzazione socialista mondiale, una approfondita analisi della situazione interna:

(…) Gli alleati avanzano in un paese in cui non resta quasi più nulla. (…)

Che cosa dunque chiediamo?

Che non si facciano ricadere sul popolo le responsabilità del fascismo e della monarchia fascista.

Chiediamo che i rapporti delle nazioni alleate con l'Italia siano retti sulla base dei sentimenti popolari, cioè della fraternità…

Chiediamo di poter combattere.

Chiediamo che nessuna ingerenza si eserciti sul piano della nostra politica interna.

Chiediamo di essere aiutati per riorganizzare i trasporti che sono la chiave di colta della rinascita materiale del paese.

E lo chiediamo noi, che non siamo fascisti travestiti (…)

Nessuno più di voi, compagni del Labour Party, è in grado di comprendere che il problema italiano è un aspetto del problema europeo.

All'impostazione incardinata da Nenni si riferì l'elaborazione del socialismo cremonese, come dimostra l'articolo di prima pagina del N° 34/45 “L'Internazionale socialista”:

L'Europa ha dimostrato in questo turbinoso periodo postbellico una preferenza dei suoi elettori e delle sue le elettrici per il socialismo.

Senza parlare dei paesi nordici –ove i governi socialisti esistono già da anni quasi dappertutto- la vittoria del laburismo inglese e le affermazioni vittoriose in Francia e in Austria hanno avuto una loro significazione importante.

L'internazionale Sindacale si è ricostituita in Parigi, ma L'Internazionale socialista è ancora allo stato di progetto.

Nella situazione attuale –politica, economica e finanziaria- in cui si trovano i Paesi noi pensiamo che sarebbe opportuno convocare un'Assisi Mondiale dei Partiti Socialisti per addivenire ala ricostituzione della loro Internazionale.

L'iniziativa di tale incontro potrebbe e dovrebbe partire dal nostro Partito perché esso rappresenta il Paese che ha le più alte e più nobili tradizioni.”

E, successivamente, nella prima pagina dell'edizione n° 69-70 del 24 agosto 1946 dal titolo “Alzare la bandiera dell'Internazionale".

Nell'attuale follia canicolare che regna a Parigi e che si ripercuote come epidemia anche nella politica interna del nostro Paese, uno é il dovere che incombe ai democratici onesti e sinceri: schierarsi sotto la bandiera di quel partito che unico in Italia respinge da sé lontano e le velleità nazionalistiche da un lato e la sottomissione agli stranieri dall'altro.

Il Partito Socialista, italiano di dottrina e di uomini, il partito socialista che educò al civile certame la classe lavoratrice italiana si pone ora come intermediario tra le opposte tesi politiche e chiama a sé tutti i democratici d'Italia.

Assai tempo gli italiani si baloccarono coi rosei sogni dei graziosi doni e delle gradite concessioni da parte degli stranieri; per troppo lungo tempo gli italiani credettero nella luce che doveva venire da oriente.

Oggi l'orizzonte internazionale ufficiale é desolatamente chiuso e vuoto per noi tutti.

Respinti dagli uni e dagli altri come troppo fievoli amici degli uni e degli altri dobbiamo rintracciare in noi stessi la forza per risollevarci e la dignità umana delle nostre avventure.

I governi delle nazioni vincitrici sono decisamente contro noi, considerandoci come una identità coll'Italia fascista che noi invece abbiamo totalmente ripudiata, o come semplici pedine sulla scacchiera del gioco internazionale.

E noi respinti nel consesso mondiale, e noi lasciati alla porta come accusati e come tristi postulanti dobbiamo rintracciare nella nostra estrema miseria un filo onde riprendere la tela del nostro avvenire.

L'Europa ufficiale ci disconosce, il mondo degli eserciti colossali dalle bombe atomiche, dalle fabbriche giganti respinge questo popolo di proletari e di emigranti la cui unica colpa é d'esser stato la prima vittima del fascismo.

Ma se i governi ci disconoscono, se l'Inghilterra laburista frappone ostacoli al nostro avvenire democratico, rivolgiamoci allora direttamente ai liberi popoli del mondo, senza passare attraverso la trafila gerarchica dei governi.

Al popolo inglese che ha sostenuto la tempesta di bombe per la libertà delle genti, che lavora nelle officine e nelle miniere e i cui figli son caduti sul Garigliano e sul Po in concomitanza coi nostri partigiani.

Al popolo francese i cui figli migliori hanno intonato la Marsigliese davanti ai plotoni di esecuzione.

A tutti i piccoli e grandi popoli d'Europa e del mondo che han combattuto e sofferto perché non si verificasse una terza e più tremenda catastrofe.

Alziamo, noi, italiani, la bandiera dell'Internazionale della solidarietà degli uomini davanti alle chiuse caste, alle barriere di granito poste dinnanzi al civile progresso.

Ed é il partito socialista italiano, l'unico autorizzato fra i partiti tutti ad alzare la bandiera pura e gloriosa dell'Internazionale.

All'internazionale degli imperialismi contrapponiamo quella del lavoro e della libertà. Alichino.

Per meglio comprendere il senso della svolta, implicita nella lettura cremonese degli avvenimenti, abbisognerà un richiamo agli sviluppi della linea nazionale del P.S.I. Come considerano Di Nolfo e Muzzi nella ponderosa “Storia del socialismo italiano”,

Nenni aveva affermato al Congresso di Roma del '47 che i socialisti non dovevano scegliere tra Oriente e Occidente, ma, al di fuori della logica dei blocchi, operare perché si realizzasse una sintesi delle diverse esperienze e proporre una politica estera di neutralità.

Una prospettiva questa che, per quanto coerente con le ascendenze pacifiste del movimento socialista, si rivelò del tutto irrealistica sul terreno della praticabilità.

Inibita sia dalle serrate le fila, in chiave difensiva, in atto nei due blocchi sia, diciamolo pure assistiti dal senso degli eventi, ormai codificati storiograficamente, dalla particolare aggressività con cui quello sovietico tendeva a sponsorizzare il proprio modello specie lungo la frontiera mobile della “cortina”.

Una tendenza che, in realtà, sottintendeva, più che l'esportazione del socialismo, mire espansionistiche indirizzate verso lo scacchiere delle risorse naturali ed il crocevia dei traffici.

Di cui si dimostrarono avvertiti, più degli altri, i partiti socialisti europei operanti, come il Labour Party, con rilevanti responsabilità di governo rispetto a processi di equilibrio mondiale.

Ovviamente giocò nella divaricazione delle posizioni tra il blocco del socialismo occidentale ed i socialismi mediterranei, non solo la diversa appartenenza al novero dei vinti o dei vincitori (cosa non del tutto ininfluente), ma anche il ruolo di governo; che in qualche misura imponeva scelte meno utopistiche.

Nella primavera del '46, in occasione della conferenza europea socialista, convocata ai fini della ricostituzione dell'Internazionale, il ruolo del P.S.I. apparve quello paritario di un protagonista, accreditato tanto dal significativo consenso elettorale acquisito quanto dalla nevralgica posizione dell'Italia.

Un ruolo ribadito anche in occasione della scissione del gennaio '47, nonostante la quale, l'Italia continuò ad essere rappresentata nel Socialist International Liaison Office dal P.S.I.

Ma parallelamente alle riflessioni ed ai pronunciamenti, che qui abbiamo registrato, del dibattito nel movimento socialista cremonese, si andava enucleando, a livello di vertice nazionale, una profonda riconversione, cui offrì l'incipit un articolo di Pietro Nenni, apparso sull'Avanti! del 26 luglio 1947 sotto il titolo significativo “La neutralità é il problema di oggi”, in cui il più rappresentativo dirigente completava l'elaborazione della linea espressa al congresso di Roma di qualche mese addietro.

Verso l'Occidente o verso l'Oriente possono andare le nostre simpatie e le nostre preferenze.

Quelle dei socialisti italiani sono conosciute: noi guardiamo all'Unione Sovietica ed ai paesi centro-orientali, dove le classi lavoratrici sono al potere, con sentimenti con cui i liberali dell'800 guardavano alla Ville Lumière e alla Francia, patria della rivoluzione.

Ma questo criterio individuale politico-ideologico non può essere applicato alla nazione, la quale

deve tener conto dei fattori più complessi della geografia, dell'economia e dello sviluppo democratico.

In queste condizioni, solo la neutralità garantisce la nostra indipendenza e fino a un certo punto la nostra pace.

Per quanto fossero apprezzabili gli slanci idealistici di Nenni, come astrattamente poteva essere la teorizzazione della neutralità e della pacifica convivenza, del tutto incompatibile con gli eventi diveniva l'opzione manifestata a livello di modello, cui si ispirava il socialismo italiano.

Un'opzione che assumeva vieppiù il valore delle stimmate rispetto ai processi che andavano delineandosi.

Nel febbraio del '48 c'era stata una significativa prova d'orchestra del disegno imperialistico sovietico: l'evento golpistico cecoslovacco con cui i comunisti, battuti alle prime libere elezioni, conquistarono il potere, diciamo così, con alti mezzi.

Sostanzialmente, il P.S.I., in contrasto con la generalizzata condanna espressa dal socialismo occidentale, aveva, ormai incapsulato nelle logiche dell'alleanza frontista, appoggiato la svolta antidemocratica praghese, curiosamente interpretata da Nenni come “vittoria della classe operaia”.

D'avviso diametralmente opposto fu l'interpretazione del labourismo inglese, divenuto capofila del socialismo occidentale, che considerò, giustamente, incompatibile qualsiasi collaborazione con il comunismo.

Una posizione che divenne pronunciamento, in occasione della riunione del CISCO della primavera del '48, con cui si chiese al PSI ed al movimento socialista polacco, gli unici a non condannare il golpe, di

Restare fedeli al socialismo ed alla democrazia e mostrare che, al bivio fra soggezione al Cominform e libera cooperazione socialista per la ripresa europea, essi avevano scelto la via del socialismo.

La risposta polacca a quell'appello risulterà implicita negli eventi susseguenti di qualche mese, che consegneranno la Polonia all'impero russo.

Quella italiana fu di sdegnoso rifiuto, contribuendo tale evento a delineare una divaricazione che vedrà il socialismo italiano confluire in una posizione sostanzialmente di “partito ausiliario” (del PCI); oltre che nella realtà politica nazionale, anche rispetto al movimento comunista mondiale.

Quel rifiuto rappresentò, si potrebbe dire come evento convenzionale, l'avvitamento del PSI in tale innaturale posizione, che cadenzerà, negli anni a venire, una sequenza di scelte coerenti con la medesima.

Una sequenza destinata ad accentuarsi sia a seguito del “Fronte” sia a seguito della sconfitta elettorale del “Fronte”.

Nell'ottobre del 1948, fu, infatti, indetta dal PSI a livello nazionale una vasta campagna di massa per la pace e la neutralità contro la politica dei blocchi, che vide una convinta ed ampia partecipazione della Federazione Provinciale di Cremona.

Avrebbe costituito l'anticamera per la stabile inserimento del PSI nell'allocation comunista del contrasto antioccidentale, che nel gennaio del '50 manifestò un acuto a Stoccolma col Congresso dei “Partigiani della pace”, da cui fu lanciato un forte appello contro l'armamento atomico.

L'armamento atomico, occidentale, ovviamente!

Perché il pacifismo e l'antinuclearismo del PCI, etero-diretti da Mosca ed unidirezionali, saranno coerenti con quell'impostazione e dureranno fino agli anni ottanta; in occasione della grande mobilitazione contro i Pershing ed i Cruise, che troveranno in Berlinguer l'ultimo grande teorico (rimasto disattento nei confronti degli SS 20 sovietici).

Ma si potrebbe dire che l'estrema chance per il PSI di sottrarsi all'isolamento internazionale ed all'emarginazione nazionale fu costituita dalla vicenda parlamentare di approvazione dell'adesione italiana al Patto Atlantico.

Che vide il PSI del tutto allineato, nella camicia di forza del Fronte e del Patto di Unità d'Azione (che analizzeremo in successivi capitoli), alle posizioni comuniste.

Ne conseguirà, nel marzo del 1949, l'ultimatum con cui il SISCO chiederà al PSI la rottura di ogni rapporto col PCI e l'allineamento alla scelta atlantica, sostenuta da tutta la comunità socialista europea.

Il PSI, guidato dalla segreteria di Jacometti, effimero interfaccia degli instabili equilibri interni di quella stagione destinata a sfociare, come vedremo, dall'incertezza del Congresso di Firenze del 1946 alla tragica scissione di quello del 1947, rifiuterà sdegnato, scolpendo un distacco inchiodato ad una prospettiva più che ventennale e foriero dell'estromissione del socialismo italiano (che aveva fortemente contribuito a fondarla quasi un secolo prima) dall'Internazionale Socialista.

Un distacco che avrà, anche, pesanti ripercussioni sugli sviluppi interni, come avremo modo di analizzare.

Ma, soprattutto, sul maturare delle distorsioni nella linea teorica e pratica del socialismo italiano, importate per effetto della stretta contiguità con l'alleato comunista; fino ad annullare l'originalità che, pur nelle contraddizioni e nelle asimmetrie, aveva connotato il P.S.I.

Lungo i nove anni della crisi di Trieste, gli eventi non avevano, come abbiamo visto, segnato il passo.

Si era inserita, infatti, nel bel mezzo la scelta tormentata e contrasta dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico.

E, simultaneamente alla conclusione della controversia triestina, si andavano delineando le premesse per dare corpo e strumenti alle alleanze occidentali; coerentemente con i motivi ispiratori, contraddistinti, ormai, dall'approfondimento della radicalizzazione e dell'inconciliabilità della divisione tra i due blocchi.

In tale ambito, occorre dire, il P.S.I. sacrificherà sull'altare del Patto d'Unità d'Azione coi comunisti tutta l'originalità dell'elaborazione, ad esempio, del progetto, delineato durante l'esilio e la ripresa dell'attività del Centro Interno, di unificazione europea, secondo il contributo di Silone.

Un progetto che avrebbe preso le mosse dagli annusamenti a distanza, da parte dei socialisti, ma con l'apporto determinante dei tre grandi leader europei democristiani Schumann, De Gasperi, Adenauer.

L'enucleazione di un siffatto modello, capace di aggregare, in una visione multipolare dei nuovi equilibri mondiali, le spinte centrifughe che, nel Vecchio Continente, erano state all'origine della deflagrazione dei due conflitti mondiali fino ad annullarne la storica centralità, non poteva non partire, ancor prima della delineazione delle integrazioni economiche e sociali, dalla definizione delle alleanze militari.

Ma ciò, non solo non poteva non piacere al blocco Oltre-cortina, ma rappresentava quanto di più esiziale potesse immaginarsi rispetto alla strategia, ormai manifesta, di influenzare e, poi, di attrarre la gravitazione nell'orbita dell'Europa Occidentale.

L'equilibrio, che mezzo secolo dopo, verrà definito dalla soverchiante supremazia economica del modello occidentale, avrebbe dovuto reggersi, a priori, sulla preponderanza degli armamenti e degli apparati di difesa e di offesa, che, dopo cinquant'anni, come si vedrà, saranno decisi dall'esito della sfida economica e di quella democratica.

Ma a quell'epoca, appena usciti da un tremendo conflitto, entrambi i blocchi curavano, in una logica stringente di Risiko, di coprire tutti gli spazi di attrazione nelle alleanze, promozionando i rispettivi modelli contrapposti, a principiare dalla partnership militare.

Sicuramente gli strumenti della C.E.D. (Comunità Europea di Difesa) e della U.E.O. (sigle che compariranno sempre più frequentemente nel dibattito politico ed istituzionale degli anni cinquanta) tendevano ad anticipare un itinerario aggregativo, che, per quanto sottintendesse un'implicita subalternità al maggior alleato atlantico, in nuce compendiavano l'essenza degli elementi di completamento di quell'itinerario.

Completamento che, anche negli scenari contemporanei, appare affidato a lontani orizzonti.

I socialisti tendevano, però, in quella stagione, a percepire un aspetto tendenziale incompatibile per la loro visione delle relazioni internazionali; compressi com'erano e come ancor più sarebbero divenuti nella posizione gregaria verso il comunismo.

Da quell'autunno 1954la Federazione Socialista Cremonese dispiegherà, nel contesto della linea nazionale, una vasta iniziativa di denuncia e di mobilitazione nei confronti degli sviluppi e della messa a punto della strumentazione dell'alleanza occidentale.

Si potrebbe dire un'iniziativa eccezionale, per impegno operativo (anche se occorrerebbe rimarcare la rilevanza del consenso elettorale e della militanza, oggetto di erosione da parte dei comunisti, ma pur sempre significativa) e per determinazione; entrambi reclamati dalle logiche dell'unità d'azione.

In cui i socialisti, come si vedrà, oltre ad annullarsi, tendevano ad interpretare gli acuti di una mobilitazione a tavoletta; quasi da essa fosse determinata una prospettiva palingenetica.

Ma, l'approfondimento di un tale passaggio, pur lambendo il perimetro della presente ricerca, costituirebbe un unicum, a sé stante e connesso ad una fase della storia socialista che rinviamo ad un futuro specifico impegno di rievocazione.

Non possiamo, tuttavia, rinunciare ad anticipare almeno qualche campione significativo in grado di fornire un'idea anche sommaria degli eventi e delle posizioni socialiste che contraddistinsero quella fase.

Speranze di pace nell'incontro a quattro” – L'EdP n° 2 del 31 gennaio 1954:

L'incontro tra i Ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica e Stati Uniti avviene in una fase interlocutoria dei rapporti tra Est e Ovest. Esso si svolge mentre da parte americana è in corso un vasto processo di revisione dei principali fondamentali che hanno fin qui guidato la politica estera, mentre più chiari ed evidenti appaiono i sintomi dell'insofferenza, dei popoli dell'Europa Occidentale, nei confronti della pesante tutela americana.

Ma é verosimile credere che questa fase interlocutoria dovrà chiudersi appunto con la conferenza di Berlino, in qualunque modo essa termini, sia che venga o non venga raggiunto un accordo sul complicato problema tedesco.

Gli Stai Uniti sono decisi a dare il via al riarmo tedesco, ad inquadrare le divisioni di Adenauer nella C.E.D. o – se questa non giungesse in porto per l'avversità francese e italiana – nell'ambito della N.A.T.O., o anche fuori dei tradizionali sistemi di alleanze, ma con un accordo bilaterale tra Washington e Bonn.

L'accordo tra sovietici ed occidentali, sul problema tedesco, al riesame dei fatti e delle posizioni appare quanto mai dubbio ed incerto.

Nel suo memorandum del 10 marzo 1952 l'Unione Sovietica poneva quale prima esigenza la formulazione del trattato di pace con la Germania, l'unificazione del paese, il rispetto dei diritti democratici, la creazione di un governo provvisorio pan-tedesco, la definitiva acquisizione della linea Oder-Neisse quale confine tra Germania e Polonia, la creazione di un esercito difensivo germanico, il divieto di entrare a far parte di alleanze militari dirette contro uno degli ex nemici, la convocazione di libere elezioni per la formazione di Parlamento nazionale.

La posizione degli occidentali era sensibilmente diversa, e per di più capovolgeva l'ordine proposto dai sovietici, inserendo al primo punto lo svolgimento di libere elezioni in tutta la Germania, per la formazione di un unico Parlamento ed un unico Governo; inoltre Washington, Londra e Parigi respingevano l'idea di lasciare la Germania fuori dal sistema di alleanze militari, e non intendevano riconoscere la linea Oder-Neisse quale confine definitivo.

Praticamente le posizioni sono ancora a questo punto.

C'é stata di mezzo l'iniziativa Churchill, che é servita – sia pure dopo otto mesi di lunghi sondaggi, negoziati, scambi di note e riunioni a tre – aggiungere alla tanto attesa conferenza, a riunire i quattro ministri attorno al tavolo verde.

Il compito che li attende non é facile, e la stessa minuzia con cui si sono affrontati i preparativi, e la sede mobile, da Est a Ovest, mette in luce certi aspetti perfino grotteschi e paradossali dei faticosi preliminari.

Ma questo é anche un segno che la preparazione é stata accurata, che si vuole concludere qualcosa a Berlino.

Se tuttavia l'atmosfera, per quello che riguarda particolarmente il problema tedesco, non é chiara né rassicurante, un raggio di luce lo recano le notizie sui colloqui che, a fianco dell'incontro quadripartito, si svolgeranno tra Molotov e Foster Dulles per esaminare le possibilità pratiche di realizzare il ‘Pool' atomico proposto da Eisenhower.

La serietà con la quale l'Unione Sovietica si é disposta ai colloqui é un buon segno, anche se é troppo presto affermare che si raggiungerà un accordo sul controllo dell'energia nucleare.

Probabilmente, ciò sarà in gran parte condizionato agli sviluppi che assumerà la nuova strategia americana, definita ‘periferica', in fase elaborazioni al Pentagono sotto la spinta dell'ammiraglio Radford, e della quale Dulles e il ministro della difesa Wilson hanno recentemente fornito alcune anticipazioni.

La nuova strategia prevede il graduale ritiro delle truppe americane dall'estero e il rafforzamento delle basi aeree e navali fuori dagli Stati Uniti: in queste basi verrebbero dislocate anche armi atomiche e missili radiocomandati, strumenti bellici di grande perfezione.

Le truppe americane rientrate in patria costituirebbero le cosiddette ‘riserve strategiche' da usare quali armi di contrattacco qualora il nemico sferrasse una aggressione in qualsiasi parte del mondo.

Una difesa elastica, che risente nella impostazione della strategia aeronavale del defunto senatore Taft.

Questa nostra strategia potrebbe anche importare, secondo quanto affermano i fratelli Alsop sulla ‘New York Harald Tribune', l'abbandona della C.E.D. e della stessa N.A.T.O. preferendo ormai gli Stati Uniti contare sul sistema di alleanze bilaterali, più indicate per la nuova strategia.

Tale abbandono tuttavia non farebbe affatto tramontare la pressione e l'insistenza per il riarmo tedesco, tutt'altro: con o senza C.E.D. le dodici o venticinque divisioni di Adenauer sono necessarie agli Stai Uniti per costruire la prima linea dello sbarramento antisovietico in Europa, articolato sul triangolo Bonn-Madrid-Atene, mentre l'Inghilterra, la Francia e L'Italia fungono da retrovie, quali zone di ‘riserva' per addestrare le truppe (in tale senso é anche orientato il programma di costruzioni recentemente fissato dallo Stato Maggiore atlantico).

Sono queste prospettive che rendono oscure le sorte della conferenza di Berlino: gli Stati Uniti hanno ‘scoperto' la nuova strategia (che non é altro, in pratica, che un miscuglio tra il ‘contenimento' di Acheson e la concezione aeronavale di Taft) e sono desideroso di sperimentarla, anche a costo di provocare una frattura insanabile nel cuore dell'Europa.

A Francia ed Inghilterra spetta il compito di fare da remora alle velleità americane, di opporre una prudente politica basata su equi e possibili compromessi, indispensabili oggi per evitare che la corsa agli armamenti assuma un ritmo più preoccupante.

È da augurare che la ferma politica distensiva dell'Unione Sovietica e la cautela anglo-francese abbiano infine ragione della scalpitante frenesia Foster Dulles.

Indubbiamente l'articolo, il cui livello di conoscenze e d'analisi appare in qualche misura soverchiante il target di un sia pur dignitoso foglio provinciale, ancorché fondato settant'anni addietro dal geniale Bissolati, compendiava in termini equilibrati lo stato dell'arte del cantiere politico, diplomatico e militare mondiale, di quel momento, applicato alla ricerca di nuovi difficili equilibri.

Un cantiere il cui epilogo sarebbe confluito, al di là delle intenzioni, in un mutamento genetico della politica estera socialista; una sorta di ice-berg, di acuto rispetto al sommerso che ormai aveva radicato l'insediamento politico e sociale del PSI nel campo di subalternità al mondo comunista.

Una subalternità, che risultava evidente ed amplificata proprio dalla scelta del blocco di appartenenza.

Il PSI  si pose su un piano inclinato di scelte e di pronunciamenti, che, partendo giustamente dal ripudio della forza come regolatrice dei rapporti internazionali e dell'allineamento come meccanismo produttivo delle tensioni, in realtà confluirono nella bocca del maggior (non si dice unico!) alimentatore di una permanente contrasto; quello armato, che avrebbe potuto portare alla catastrofe mondiale, e quello della sudditanza al modello, che avrebbe introdotto, come capitò, elementi di destabilizzazione.

Qui, ci si azzarda a sostenere, l'allineamento socialista al modello comunista raggiunse l'apogeo del tracciato sulla collocazione internazionale.

Anzi si osa sostenere che, al di là, si ripete, delle intenzioni, le posizioni assunte dal Psi a partire dal Patto Atlantico in poi appaiono, ancor oggi, perfettamente collimanti ed omologate rispetto a quelle del PCI.

E non è un caso che le più significative campagne, oltre che orientate dagli stessi contenuti, fossero condotte con mobilitazioni, iniziative, manifestazioni comuni.

‘Unitarie', potremmo dire, se fosse inertizzata la ripulsa di un'aggettivazione tanto abusata e tanto rivelatrice dei veri profili di una subalternità disonorevole e castrante.

Ma fu così; e lo diciamo, per un dovere di obiettività, che non attenua, dopo mezzo secolo, lo sconcerto derivante dalla percezione di un senso di fatalità, di ineluttabilità, di impotenza nell'esorcizzare una deriva esiziale.

Andrebbe anche detto, come ripeteremo quando si affronterà l'aspetto della scelta di campo ‘interno', che la logica dei blocchi contrapposti costituì un meccanismo infernale, basato esclusivamente sul presupposto del ‘o di qui o di là'.

Una sorta di ‘maggioritario' che non dava scampo al senso critico e che restringeva, fino ad annullarlo, il corridoio del non allineamento; fino ad annullarlo come praticabilità, fino a collocarlo fuori dal “mercato” delle opzioni realistiche.

Nelle alleanze internazionali come negli schieramenti interni.

Avrebbe potuto un PSI, con un consenso di poco inferiore a quello della D.C.  e superiore a quello del P.C.I., imboccare la stessa strada di Saragat e diventare una sorta di ‘pisellone' (ben s'intende dalla derivazione dei ‘piselli' dall'acronimo originario di P.S.L.I.)?

Un ‘pisellone', che, a dispetto della fisiologica tendenza a dare rappresentanza alle ragioni dell'opposizione sociale nei confronti di un modello smaccatamente restauratore e conservatore, abdicando alle grandi idealità ispiratrici della Resistenza, della Costituente, della Repubblica del lavoro, si fosse messo alle stanghe di un atlantismo, che, sicuramente, preferibile al sovietismo, denotava in quegli anni intollerabili elementi di arroganza…

Avrebbe potuto essere, ma non fu così.

Lo sarà, in parte e tardivamente, in quel segno, quando, a metà degli anni, sessanta “l'apertura a sinistra” coincise, o fu conseguenza, col “disgelo”, così annullando le ragioni che, a partire dalla fine degli anni quaranta, avevano sradicato il socialismo italiano dal socialismo dell'Europa Occidentale.

Ciò doverosamente anticipato, si considera, non meno doverosamente, ma dopo aver delineato, se non proprio l'esimente, almeno le attenuanti delle scelte improvvide del P.S.I., che l'interpretazione di esse rimarcano un profilo dei socialisti (cremonesi, in particolare) preda della sindrome di Stoccolma.

Non si può non evincerlo dal trasporto e dall'intensità con cui affrontarono quella stagione di contrapposizione all'atlantismo e di opzione ‘pacifista'.

Una opzione che, a Cremona, risultò manifesta dalla partecipazione della Federazione al Congresso provinciale della Pace insediatosi il 5 novembre 1950, in preparazione di quello mondiale.

Che si svolse a Varsavia, con la partecipazione del socialista Renzo Zaffanella, che, al rientro, unitamente agli altri due delegati cremonesi Dante Bernamonti (deputato comunista) e Giuseppe Merlini (presidente del Comitato per la Pace), avrebbe il 3 dicembre relazionato ad un'affollata conferenza.

Ma è questo un capitolo su cui si opera una dissolvenza, in quanto ritenuto più coerente con la logica di uno sviluppo tematico a sé stante.

Qui ci limiteremo a riportare alcuni contributi (delle decine che infittirono le pagine del settimanale socialista), come campione interpretativo di quella linea.

Sotto tale profilo, una pietra miliare può essere ritenuto l'editoriale “Disarmare o perire” (per un refuso, il titolo in realtà reca “Disarmare o ferire”) apparso sul numero 7/54:

Se l'umanità vuole annientarsi, scomparire del tutto e per sempre dalla faccia della terra, il mezzo di farlo radicalmente e speditamente è stato trovato.

Questo mezzo è la bomba all'idrogeno.

La sua potenza distruttiva è incalcolabile, senza limiti.

In un attimo può incenerire tutta Londra e nello stesso tempo contaminare con effetti letali tutta la regione all'intorno.

Con paragone italiano ciò significa la Lombardia spopolata e distrutta in un istante; significa Milano scomparsa in una immensa nube di polvere; e poi il deserto; non più un segno di vita, non più un filo d'erba per tutta la pianura.

Ma il suicidio, sia esso singolo o collettivo, è sempre un atto volontario e quindi evitabile.

Per non compierlo basta non volerlo.

Dunque la bomba all'idrogeno, se l'umanità non ha intenzioni suicide, non è più da temere delle altre armi?

Sì, come arma di suicidio, se l'umanità non vuole suicidarsi, la bomba all'idrogeno non è da temere più di una pistola scarica.

Però la scienza che ha inventato la bomba all'idrogeno non ha ancora inventato la medicina per guarire i follo che stanno al Pentagono.

Questo è il guaio: mezza America è pazza di paura e l'altra metà è pazza di odio, e per soprammercato in mezzo a tanta follia la bomba all'idrogeno l'hanno in mano i generali.

L'hanno anche i sovietici, ma non l'hanno in mano i generali; e a Mosca non c'è un Ministro degli Esteri, come c'è a Washington, che un giorno sì e un giorno no minaccia ‘rappresaglie istantanee e massicce'.

A Mosca non c'è Dulles, non c'è McCarthy; non ci sono senatori che domandano, non importa se per incoscienza o per altri motivi, l'internazionalizzazione della guerra in Indocina, la guerra alla Cina, l'Asia in fiamme e poi l'Europa nel rogo.

Sì, l'hanno anche i sovietici la bomba all'idrogeno; ma Molotov, quando ne parla per dire e per ripetere sempre che bisogna abolirla, e abolire con essa tutte le bombe atomiche, e poi mettersi tutti d'accordo, in una conferenza a cinque, per risolvere pacificamente i problemi dell'Asia e dell'Europa e per disarmare.

È da anni che i sovietici propongono l'abolizione e la messa al bando delle armi atomiche, e che gli americani e i loro alleati si fanno beffe dei russi e delle loro proposte per dare all'Europa un sistema di sicurezza collettivo, nel quale la Germania potesse trovare il suo posto, risolvendo il problema della propria riunificazione pacifica nella pacifica unificazione e convivenza dell'Europa; ma anche queste proposte sono state respinte dagli americani.

Però in questi ultimi giorni dopo le esplosioni avvenute nelle isole Marshall, qualche cosa deve aver cambiato pure nelle teste americane ed inglesi.

Per esempio i laburisti, che fino a poco tempo fa dicevano essere le bombe atomiche essere la migliore garanzia delle libertà occidentali, respingendo sdegnosi le proposte di disarmo sovietiche, oggi sono essi stessi che per primi in Inghilterra reclamano a gran voce la cessazione degli esperimenti atomici americani.

Dalla cessazione degli esperimenti atomici alla abolizione delle armi atomiche il passo è breve, e l'opinione pubblica inglese spinge i laburisti, perché si decidano a farlo.

Se lo fanno, sarà un gran passo in avanti che potrà condurre tutti alla conferenza del disarmo, la sola via per dove si può arrivare a un accordo di pace generale

Solo qualche edizione precedente, L'EdP aveva significativamente dedicato il taglio di mezzo della prima pagina “A Berlino Molotov propone concrete soluzioni per la pace nel mondo

I lavori della Conferenza di Berlino, a cui partecipano i quattro ministri degli esteri della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, della Francia e dell'Unione Sovietica con un largo seguito di ambasciatori, segretari e d esperti, sono entrati nella terza settimana, ma a tutt'oggi costituiscono il più grosso punto interrogativo che la situazione politica internazionale registri.

Riuscirà la Conferenza a raggiungere un accordo tra le quattro potenze interessate che risolva in modo soddisfacente i grossi problemi per cui è stata convocata?

Ovvero si chiuderà con l'amara e preoccupante constatazione che incolmabile è il divario fra le posizioni degli occidentali e quelle dell'Unione Sovietica?

Aprirà all'umanità in attesa le prospettive di una pacifica convivenza fra i vari popoli, o renderà fatale ed ineluttabile la gara degli armamenti, atomici e non, con tutte le sue tremende conseguenze?

Sono domande angosciose, che l'uomo della strada si pone mentre legge o ascolta le notizie – spesso deformate – che da Berlino ci giungono in questi giorni, ma sono domande a cui, oggi, nessuno saprebbe dare una risposta esatta.

Indubbiamente, gravi e complessi sono i problemi politici di cui a  Berlino si discute, è nessuno può mettere in dubbio che molto serio è stato il contributo di proposte e di suggerimenti che il rappresentante dell'Unione Sovietica, il compagno Molotov, ha offerto perché vengano risolti con spirito di equità e di giustizia, nell'interesse della pace mondiale; ma possiamo dire finora che altrettanto serio e costruttivo sia stato il contegno ed il concorso dei suoi interlocutori, dei rappresentanti cioè delle tre grandi potenze occidentali?

Mentre scriviamo noi abbiamo l'impressione, la sensazione, ricavatla Conferenza con la constatazione che il disaccordo tra occidente ed oriente è insanabile, in modo da far ricadere, possibilmente, sull'Unione Sovietica, la responsabilità del fallimento della Conferenza stessa e poter quindi perfezionare la C.E.D. e il riarmo della Germania in precisa funzione antisovietica.

Riuscirà la manovra'

È ancor presto per affermarlo, forse, e bisogna ancora sperare che l'unanime desiderio di pace dei popoli prevalga alla fine sul cinismo dei mercanti di cannoni e dei dirigenti da essi imposti.

Bisognerà sperare in questo, e adoperarsi perché il sentimento dei popoli si esprima in azione generale e concorde per la salvaguardia della pace e della libertà.

Di pace e di libertà si dibatte a Berlino, fra chi giustamente considera la pace una e indivisibile, e quindi condizionata alla soluzione globale dei vari problemi in sospeso (Germania, Austria, CORE, Cina e Indovina, ecc e perché no? Anche Trieste) e chi invece vorrebbe, come l'America con l'appoggio dei governi satelliti, persistere a menare il can per l'aia e magari riuscire a scagliare la sassata decisiva, nascondendo la mano.

A Berlino la posta in gioco è grossa assai, e pesanti sono le responsabilità che di conseguenza incombono sui governi che partecipano alla Conferenza.

Noi socialisti ci auguriamo di tutto cuore che le difficoltà e gli ostacoli da cui la Conferenza è travagliata possano ancora essere superati, nel supremo interesse della pace e della concordia fra i popoli, anche perché sappiamo che dall'eventuale fallimento dell'incontro di Berlino gravi effetti si profilerebbero anche per il popolo italiano, impegnato suo malgrado a sostenere una politica contraria alle sue esigenze di vita.

Però sappiamo altresì distinguere la verità dai sofismi, comunque presentati o mascherati, e constatiamo che oggi chi lavora concretamente per la causa della pace, a Berlino come nel resto del mondo, non sono gli esponenti degli interessi del capitalismo, ma i rappresentanti di quel popolo che per primo si è liberato dalla servitù del capitale ed ha affidato alla classe lavoratrice la guida del suo avvenire - ILOTA.

Sarà stato, sicuramente, notato l'altro cardine, oltre a quello dell'avversione agli armamenti, rappresentato dalla campagna contro la C.E.D., cui abbiamo poc'anzi fatto cenno.

Alla cui realizzazione si era speso l'impegno di De Gasperi, nella sua duplice veste di Capo del Governo e ministro degli esteri.

Per conseguire, ad un tempo, sintesi ed efficacia, ci affidiamo ad un passo di “Alcide De Gasperi: cristiano, democratico, europeo” dello storico milanese Alfredo Canavaro, recentemente edito, che ben riassume:

Nel 1950 la guerra in Corea pose drammaticamente un problema: la difesa dell'Europa democratica da una temuta aggressione comunista. Una necessità complicata dal timore, che avevano soprattutto i russi, della rinascita di un esercito tedesco.

Nacque così il piano del primo ministro René Pleven di un esercito comune europeo fra i sei Paesi della CECA che avrebbe inglobato anche i tedeschi, in quel quadro accettabili.

Che il pericolo di un'aggressione armata, da parte dell'esercito sovietico, non fosse poi tanto remoto si incaricheranno di dimostrarlo, come già avvenuto nella Germania dell'Est nel 1953, i fatti di Ungheria del 1956 e di Cecoslovacchia del 1968.

Che fosse auspicabile, quanto meno per sostanziare un livello di autonomia, pur nell'alleanza, del potenziale di autodifesa dell'Europa, in cui, giova ricordarlo, stava prendendo forma un tentativo di integrazione economica e sociale, il progetto degasperiano di Comunità Europea di Difesa, ancor'oggi, pare più che coerente, lungimirante.

In nuce, infatti, il progetto conteneva gli sviluppi di una rappresentanza politica unitaria europea, che i decenni successivi avrebbero realizzato.

Anche se non completato; almeno per quanto si riferiva e si riferisce ad una costituzione e, soprattutto, ad una difesa comune.

Chi, ancor oggi, si meravigliasse della vischiosità con cui ha proceduto e procede tale processo, farebbe bene a por mente agli eventi di quel tempo, in materia di C.E.D.!

Ci rifacciamo ancora alla ricostruzione Di Canavero: 

La morte di Stalin aveva fugato molte paure e in Francia si andò affermando un partito trasversale, dalla destra nazionalista alla sinistra comunista, contrario ad un esercito europeo.

L'Italia distratta dalla lotta interna per una nuova legge elettorale, temporeggiò e fece il gioco della Francia.

Temporeggiò” per modo di dire, vista la virulenta contrapposizione al progetto, da parte delle sinistre e, non secondo a nessuno, da parte del P.S.I.

La cui Federazione Provinciale di Cremona si distinse in modo particolare, per aver mantenuto altissimo il livello dello scontro politico e vastissima la mobilitazione popolare.

Almeno così si avverte dall'analisi del settimanale socialista, in massima parte dedicato, nel 1954 e 1955, alle problematiche internazionali.

L'EdP 5/55 in terza pagina offrì un circostanziato panorama dello stato dell'arte della pratica C.E.D. sotto il titolo “Si allarga in Europa l'opposizione alla C.E.D.”:

Il governo Scelba-Saragat ha fatto della ratifica da parte del Parlamento del trattato della C.E.D.  il cardine fondamentale del proprio programma.

Mentre lo stesso Pella subordinava la ratifica del trattato della C.E.D.  al problema di Trieste, il nuovo governo pone tale ratifica al primo punto della propria attività.

E ciò avviene mentre in Europa si estende la opposizione organizzata alla C.E.D.

Infatti il capo dell'opposizione socialdemocratica della Germania Ovest, Ollenhauer, ha ribadito in questi giorni al Parlamento tedesco l'opposizione del suo partito alla Ced e a ‘qualsiasi decisione che possa rendere difficile e impossibile la riunificazione tedesca'.

Il leader socialdemocratico tedesco ha affermato nel suo discorso che la Conferenza di Berlino ha mostrato la possibilità di ulteriori trattative per la distensione nel cui quadro la Germania potrebbe trovare la sua unità.

Egli ha quindi condannato il progetto di modifica della Costituzione di Bonn intesa a consentire la coscrizione obbligatoria.

In Inghilterra il gruppo parlamentare laburista ha dato 104 voti contro la CED contro 112 voti che più che adesione alla CED significano fiducia ad Attlee; un terzo dei socialdemocratici belgi si sono schierati decisamente contro la CED ed il riarmo della Germania. I socialdemocratici scandinavi pur votando mozioni cediste hanno proclamato che non entreranno mai nella CED; i socialdemocratici francesi a causa della CED sono in crisi tanto da convocare un congresso straordinario.

A Parigi avrà luogo nei giorni 20 e 21 marzo una conferenza anti-CED di carattere largamente unitario.

Personalità francesi tra le quali i seguenti deputati gollisti, radicali e d.c. hanno sottoscritto l'appello lanciato a Parigi per la conferenza anti-Ced. (…)

Molte sono le personalità europee ed i partiti che hanno dato la loro adesione alla conferenza.

Nella sua riunione di martedì e marzo il gruppo parlamentare dei deputati socialisti ha preso in proposito la seguente risoluzione.

“Il gruppo parlamentare del P.S.I.  nella sua odierna riunione ha prima di tutto deciso l'adesione di 75 deputati del Partito Socialista Italiano alla Conferenza contro la C.E.D.  indetta a Parigi nei giorni 20 e 21 marzo prossimi da un comitato di parlamentari e di personalità francesi di tutti i partiti.

Il gruppo ha deciso di partecipare alla conferenza con una sua delegazione che avrà alla sua testa il compagno on. Nenni'

La lotta contro la C.E.D. si svilupperà quindi in tutto il Continente e nel nostro Paese riuscirà certamente a raccogliere attorno a sé, contro i propositi bellicistici di Scelba e Saragat, la maggioranza del popolo italiano.

A parte che andrebbe registrato il fatto per cui, anche se incerottati da comprensibili contrapposizioni interne, i partiti socialisti europei (chiamati dall'anonimo redattore de L'EdP “socialdemocratici”, risparmiando interessatamente il disprezzo solitamente riservato a tutti i movimenti non allineati a Mosca) aderirono sostanzialmente al senso del progetto, non v'è chi non colga nell'articolo, altresì, la totale assenza di dubbio in ordine alla solidarietà bi-partisan, si direbbe oggi, che in Francia raccolse sostanzialmente un vasto fronte sciovinista-sovietista.

Come si evince facilmente dal successivo articolo “Si estende in Francia l'opposizione alla C.E.D.”, in cui il redattore controdeduce, nell'interesse (a dire il vero vergognosamente nazionalistico e becero) della Francia, quanto segue:

I diritti del Parlamento di legiferare in materia di spese militari di durata del servizio militare e di punizione dei delitti, sono ‘amputati' dal trattato.

Il trattato non garantisce della condotta degli ufficiali stranieri sul suolo francese e il trattato aliena alla Francia la sua sovranità nel campo della politica estera.

L'economia francese nel campo della fabbricazione di armi, automobili, dell'aviazione e dei lavori pubblici, è in pericolo.

Il sistema di sorveglianza contemplato per l'esercito europeo è ‘goffamente vasto' e facilmente intralciabile dal diritto di veto.

In caso di mobilitazione può avvenire che uno dei paesi integrati si rifiuti, per mutamenti politici interni, di mobilitare e, quindi, il rischio del disordine che ne seguirebbe.

Nelle decisioni della C.E.D. la Germania può acquistare un peso determinante e decisivo specialmente se il suo materiale umano la mette in grado, cosa possibile, di portare i propri effettivi al limite massimo consentito.

Le unità tedesche integrate potrebbero ‘in tempo di poche ore' sciogliersi dai controlli e formare un proprio stato maggiore.

Nelle stesse edizione e pagina L'Eco svolse un'approfondita analisi comparata tra il testo del Trattato C.E.D. e >la Costituzione Italiana relativamente agli articoli 87, 102, 81, arrivando, in forza di un'invocata incompatibilità, ad una perentoria conclusione:

Anche se con colpo di maggioranza il Governo riuscisse a far approvare dal Parlamento il Trattato della C.E.D., è indubbio che per l'applicazione del trattato occorrerebbe modificare la Costituzione o, comunque, avere un Parlamento così docile da essere disposto a tollerare qualsiasi insulto alla indipendenza ed alla Costituzione Italiana.

È facile avvertirvi tutti i motivi di attrito che sotto ogni cielo si mobiliteranno, negli anni successivi, contro qualsiasi rinuncia a prerogative nazionali.

Anche se in bocca ad ‘internazionalisti' per eccellenza, i socialisti, la cosa fa decisamente specie.

Ma, come si avrà notato, anche nel censimento del sia pur impercettibile dissenso, il P.S.I. aveva subito, già a partire dalla campagna anti-atlantica del 1949, la mutazione genetica derivante dall'inseminazione eterologa del sovietismo.

Anche nelle modalità pratiche dell'iniziativa politica di mobilitazione delle masse, delle categorie, degli intellettuali e quant'altro confluisse a sostenere la causa.

E non andando troppo per il sottile, in termini di coerenza; se, come appare nell'articolo intitolato “Siano messe al bando le bombe atomiche e termonucleari”, non fa minimamente velo la pretese di reclutare sotto le bandiere “pacifiste” uno, per usare un eufemismo, meno amati pontefici romani, che, in occasione del messaggio pasquale avrebbe esclamato:

Siano messe al bando le bombe atomiche e termonucleari”, non fa minimamente velo la pretese di reclutare sotto le bandiere “pacifiste” uno, per usare un eufemismo, meno amati pontefici romani, che, in occasione del messaggio pasquale avrebbe esclamato: Quando avverrà che i sapienti del mondo volgeranno le mirabili scoperte delle forze profonde della materia esclusivamente per motivi di pace per dare all'attività umana energia a tenue costo, la quale allevierebbe e correggerebbe la disuguale distribuzione geografica delle fonti di bene e di lavoro, come anche per offrire nuove armi alla medicina, all'agricoltura e ai popoli, una sorgente di prosperità e di benessere.

Parole in cui appare quanto meno azzardato scorgere, al di là dell'appello all'uso pacifico delle conquiste scientifiche, una benché minima indulgenza filo-comunista.

La Federazione non andrà troppo per il sottile, promuovendo, il 23 maggio 1954, una “giornata socialista contro la C.E.D. con l'On. G.B. Stucchi” ed annunciando che

Moltissimi sono i Consigli Comunali della nostra Provincia che unanimemente condannano l'uso e gli esperimenti delle bombe atomiche e termonucleari”  e non rinunciando su L'EdP ad un'equazione quanto meno azzardata, per non dire abominevole, “Guglielmo II – Hitler – Adenauer la stessa ‘politica europeista' – Kesserling e gli uomini della C.E.D.”:

Gli uomini delle ex SS hanno il diritto di parlare dell'Europa, della Comunità Europea e della difesa dell'Europa, è nelle nostre file che praticamente questa Comunità Europea è nata. E nel campo di battaglia è divenuta una realtà.

Nel cuore della campagna di mobilitazione, l'organo provinciale dei socialisti dedicò un paginone sormontato da un titolo a tutta pagina “In nome della tradizione operaia e socialista italiana l'impegno del P.S.I. contro la C.E.D. è totale ed assoluto”, in cui, tra l'altro, dopo aver denunciato che “La C.E.D. favorisce la rinascita del militarismo tedesco già in atto nella Germania Orientale”, venivano esplicitati i motivi dell'opposizione socialista, il cui capo-saldo era così enunciato:

La gravità dell'impegno rappresentato dalla C.E.D. è innanzitutto determinata dalla sua durata (50 anni) e dalla sua natura, per la quale essa si presenta non come un'alleanza del tipo classico, sia pure militare, ma come un potere soprannazionale che di fatto fa capo al Comando Atlantico e americano e si qualifica pertanto solo in funzione della politica di potenza degli Stati Uniti d'America. Essa implica la assoluta rinuncia del Paese e del Parlamento anche a quel minimo di controllo dell'organismo militare e delle spese militari, finora esercitato, non fosse che in sede di discussione dei bilanci. (…)

Come divide l'Europa, la C.E.D.  consacra la divisione della Germania, nello stesso tempo in cui affida alla Germania di Bonn una funzione egemonica, preludio alla rivincita tedesca.

 Ciò spiega la posizione unanime alla C.E.D. della socialdemocrazia tedesca per ragioni essenzialmente di politica interna, e cioè essa non può ignorare ciò che è evidente all'opinione pubblica, il fatto che la rinascita del militarismo germanico rappresenta la fine di ogni speranza di democratizzazione e di unificazione nella libertà della Germania (…)

Almeno su questo punto i socialisti cremonesi saranno clamorosamente smentiti!

Nelle edizioni successive il giornale socialista mise in campo tutto lo scibile dell'inventiva propagandistica e mobilitatrice “I giuristi democratici denunciano la C.E.D.”, “I socialisti austriaci contro la Comunità Europea”, “Il movimento sindacale è contrario agli accordi di Londra e di Parigi”, “No alla rinascita della Wermacht – In aumento la protesta dei cremonesi”.

Come si è anticipato, le tematiche internazionali offrirono all'iniziativa socialista un ampio scenario di mobilitazione e, bisognerebbe aggiungere, anche di serrate polemiche; non solo rivolte al campo politico avverso, come si deduce dalle testimonianze registrate dal giornale socialista, ma anche alla stampa locale.

Per stampa locale intendesi, ovviamente, il quotidiano per eccellenza, con cui fu aperto un simpatico teatrino dialettico, in cui, al leit-motiv della contestazione di classe, si sovrapponevano di volta in volta i temi di attualità fatti emergere dalle battaglie parlamentari.

Il prologo di ogni piece era inesorabilmente votato a segnare le stimmate dell'interlocutore: giornale degli agrari, conseguentemente non degno di attendibilità.

Significativo appare l'articolo di fondo “La Provincia' e la C.E.D.” – L'EdP 12/54 – del segretario provinciale Renzo Zaffanella:

Il quotidiano degli agrari cremonesi ha nella scorsa settimana affrontato in due articoli di fondo il problema della C.E.D.

Nel primo l'articolista ha tentato di smantellare senza riuscirvi le tesi della sinistra contro la C.E.D. mentre nel secondo ha fatto tutto il possibile per convincere i monarchici anti-cedisti a modificare il loro atteggiamento seguendo l'invito del ‘re di maggio' e l'esempio del ‘re dei maccheroni' Lauro.

Per il momento a noi interessa analizzare il primo dei due articoli.

In esso dopo aver con la solita faciloneria affermato che ‘l'opposizione dei socialcomunisti è la diretta conseguenza degli ordini impartiti dalla Russia' il giornalista del foglio agrario sostiene che i temi della nostra propaganda si basano essenzialmente su tre motivi (sono per la verità parecchi di più!) e precisamente:

  1. Con la C.E.D. si permette il riarmo della Germania.
  2. Con .D. si soffoca la nostra indipendenza per 50 anni.
  3. La C.E.D.  compromette la nostra economia e la stabilità delle nostre industrie.

Ecco come l'articolista confuta queste nostre tesi:

  1. Anche senza la C.E.D., >la Germania si riarmerebbe egualmente inoltre con la CED la Germania ‘potrà disporre solo di forze di polizia'.
  2. L'Italia non rinuncia alla propria indipendenza perché nel l'Alto Commissariato avrà pari diritto con le altre nazioni.
  3. Le nostre industrie trarranno dalla CED fonti di lavoro per le commesse che saranno loro assegnate e perché saranno messe alla frusta dalla gara con le industrie concorrenti.

E l'articolo conclude asserendo che <>la CED crea un blocco militare in grado di ‘inserirsi come terzo elemento fra gli Stati Uniti e la Russia'.

Esaminiamo uno ad uno tali fondi ben sapendo che un'analisi completa richiederebbe molto più spazio:

  1. Gli accordi di Poznan e di Yalta sottoscritti dagli alleati (U.S.A., Francia, Inghilterra, URSS) impediscono alla Germania di riarmarsi e non si vede come ella lo possa fare se non ha l'appoggio delle nazioni occupanti. Solo con la CED la Germania può armare 12 divisioni (si parla già di altre 12) le quali sarebbero dirette da generali tedeschi (la maggioranza dei quali ex nazisti). La favola dell'esercito integrato non convince nessuno se si considera che stante gli accordi di Lisbona si verrebbero a trovare sul territorio tedesco una divisione francese o belga o olandese, ogni tre divisioni tedesche.
  2. L'Italia rinuncia alla propria indipendenza per 50 anni tant'è che i bilanci militari (escluso quello della marina) e l'entrata o meno in guerra non sarebbero più decisi dal Parlamento Italiano ma dall'Alto Commissariato. Il Presidente della Repubblica non sarebbe più il ‘capo delle forze armate' ma solo il ‘capo dei corazzieri e dei carabinieri' italiani. L'art. 11 della Costituzione prevede sì la limitazione di sovranità del nostro Paese ma solo in condizioni di parità con gli altri Stati. La parità non esiste con <>la Francia che conserva un esercito nazionale (per far fronte agli impegni extraeuropei), non con la Germania che non ha attualmente alcuna sovranità, né col Belgio che si è rifiutato di accettare quella parte della CED riguardante i poteri giudiziari della Comunità di difesa incompatibili con la propria Costituzione.
  3. Il territorio della CED viene considerato come un mercato unico in base al principio della ‘libera concorrenza'. Queste ultime due parole ci dicono da sole in quali condizioni si troverebbero le industrie italiane quando dovessero affrontare la concorrenza con quelle tedesche e francesi meglio attrezzate e con a fianco le miniere di carbone e di ferro.

L'organizzazione del mercato unico è nefasta per l'economia italiana che verrebbe a trovarsi, per la sua arretratezza rispetto agli altri paesi, in condizioni simili a quelle del Mezzogiorno dopo l'unità italiana.

L'intera Italia diverrebbe il Mezzogiorno della CED.

Per quanto riguarda la ridicola affermazione che la CED crea il ‘terzo elemento' basti ricordare che fanno parte della CED solo 5 paesi e mezzo, che ne è esclusa l'Inghilterra, ed i paesi scandinavi.

Inoltre la CED non ha una sua politica ma riceve le direttive dal Consiglio Atlantico: sul fianco militare il comando delle forze ‘europee' è affidato alla SHAPE cioè al Comando supremo atlantico in Europa che è presieduto da un generale americano.

L'uso delle forze militari europee è deciso dalla NATO (Consiglio Atlantico).

Anzi, in caso di guerra, le forze militari della CED passano alla diretta dipendenza dello SHAPE come vuole lo statuto.

Cioè in caso di guerra la CED si dissolve.

Altro che terza forza.

Come ben si vede le argomentazioni de ‘La Provincia' sono molto fragili e non ci sembra affatto come il giornale agrario sostiene che la nostra opposizione non ha reale efficacia polemica.

Siamo però pronti ad e sperimentare questa asserzione proponendo alla direzione del >La Provincia ed ai cedisti cremonesi di partecipare ad un pubblico dibattito.

Sulla CED.  Ciò servirà (lo sostiene anche La Provincia) a ‘rendere consapevoli gli italiani dell'importanza dell'atto politico che stanno per compiere'.

Da parte nostra vogliamo contribuire a questa funzione che hanno la stampa e gli organismi democratici in genere.

Sono dello stesso parere quelli de La Provincia?

Attendiamo la risposta”.

Per quanto finalizzate al sostegno di una scelta di campo, non tutte le controdeduzioni erano prive di fondamento e di logica; avrebbero sicuramente concorso ad emendare un progetto, profeticamente anticipatore di un grande disegno unitario, se il “confronto”, anziché uno scontro, avesse permesso un apporto costruttivo.

Ma quando Dio volle, la questione C.E.D.  (non, però, l'esigenza di una difesa comune dell'unità europea!) fu archiviato dal voto dell'Assemblea francese.

L'asse portante della politica della difesa comune europea ne ricevette un colpo mortale; ma era già stato fortemente indebolito sul fronte italiano dal voto del 7 giugno 1953, che, aveva minato il prestigio di chi, forse più di altri si era speso, a livello interno ed internazionale, Alcide De Gasperi.

Ne diede notizia ai socialisti L'Eco del Popolo con un articolo di fondo di Italo Panzi “Muore la C.E.D. rivive l'Europa”:

Dobbiamo ringraziare sentitamente l'Assemblea Nazionale francese, o per dir meglio la sua maggioranza, per aver trovato il coraggio di mettere fuori causa la C.E.D. e per aver in tal modo liberato anche gli italiani dall'incubo di questa macchinosa costruzione diplomatica e militare, che era stata ideata non tanto per difendere l'Europa atlantica contro i pericoli che non sussistono, quanto allo scopo di consentire il riarmo della Germania in chiara funzione antisovietica e di perpetuare l'attuale divisione del vecchio continente europeo per i begli occhi e gli interessi dell'imperialismo e del capitalismo americano e per una nuova Santa Alleanza clericale e sanfedista.

È evidente il coraggio di cui l'Assemblea Nazionale francese ha dato prova col bocciare la C.E.D.  è il risultato di una nuova situazione e di un nuovo clima politico, di cui gli elementi fondamentali sono, per ora, gli accordi di Ginevra per la fine della guerra in Indovina, i contatti della missione laburista con gli esponenti politici della Russia e della Cina, l'atteggiamento risoluto dell'India nei riguardi dei tentativi americani di dar vita nella zona del Pacifico ad un'altra specie di Patto Atlantico, il recente fallimento della Conferenza di Bruxelles, dove il fonte unico dei cediti malinconici, dell'Olanda, del Belgio, del Lussemburgo e, purtroppo, dell'Italia non è riuscito a spuntarla contro l'avveduto Mendès France.

È però altrettanto evidente – ed è per questo che noi non dobbiamo abbandonare la vigilanza più attenta -  che i politici ed i governi fautori della C.E.D. battuti a Parigi, superato il primo istante di smarrimento cercheranno di escogitare qualche altra organizzazione, comunque qualche diversa trappola per arrivare ugualmente a riarmare  la Germania non nell'ambito assai più vasto e minaccioso delle 12 divisioni previste dalla parte palese del trattato della C.E.D. ma nell'ambito assai più vasto e minaccioso degli accordi segreti rivelati dall'ex funzionari tedesco dott. John.

Di questo ci fanno certi le prime reazioni degli ambienti italiani più smaccatamente cedisti e del governo, già in cerca di diversioni e di surrogati.

A questo proposito e per un proficuo orientamento della nostra attività, i compagni dovrebbero attentamente considerare la dichiarazione che il compagno Nenni ha fatto alla stampa subito dopo il voto di Parigi e che è apparsa sull' Avanti! del 31 agosto.

È necessario dar vita e corpo ad una politica di distensione e di sicurezza europea suscettibile di portare l'Europa fuori dalla guerra fredda e della corsa agli armamenti.

Gli artefici di questa politica nuova sono gli elementi di cui abbiamo in precedenza accennato, sono le forze della pace e gli interessi dei popoli; e per quanto riguarda l'Italia, siamo specialmente noi socialisti che oggi esultiamo perché la C.E.D. e sopra di noi più non pesa lo spauracchio dei suoi impegni, ma che dobbiamo continuare a lottare e a premere affinché, come ha concluso Nenni nella sua dichiarazione, ‘si formino una maggioranza e un Governo capaci di adeguare la nostra politica estera alle esigenze della distensione e della pace.

Proprio come vogliono gli interessi dell'Italia e il popolo nostro di cui possiamo e dobbiamo essere gli interpreti chiaroveggenti e i difensori convinti

Panzi, nel suo articolo aveva fedelmente, oseremmo dire pedissequamente, tradotto il senso della dichiarazione di Nenni, che veniva pubblicata a pié di pagina; di cui riportiamo le conclusioni:

(…) La questione ormai non è più all'o.d.g.  E dobbiamo augurarci che non venga per altre vie posto il problema del riarmo tedesco, che va considerato separatamente e diversamente dal conferimento della sovranità alla Germania occidentale, così come la sovranità è stata conferita alla Repubblica democratica tedesca.

Il problema da risolvere è quello dell'unificazione della Germania nella sicurezza dell'Europa si faccia sulla base della riduzione progressiva simultanea e controllata degli armamenti.

L'Italia ha interessi suoi che sono in gioco, una sua parola da dire, una sua iniziativa da prendere anche in connessione alla tormentosa questione di Trieste che, morta la C.E.D., può essere ormai posta in termini diversi e nuovi. (…).

Ma archiviato, non senza qualche successo, il capitolo C.E.D., restava aperta tutta la ‘prateria' della politica per la pace e, in particolare, della distruzione degli armamenti atomici.

Di cui volano convenzionale, in Italia, il Comitato Nazionale della Pace, solennemente convocato a Roma il 3 febbraio 1955, i cui lavori furono aperti dall'on. Lombardi e dal Sen. Sereni, membri del Consiglio Mondiale, che, precisò L'EdP: 

Nisero in rilievo gli elementi nuovi che differenziano l'attuale campagna contro le armi atomiche, da quella svolta intorno all'appello di Stoccolma.

Per inciso si dirà che Nenni ne fu per un breve periodo Vicepresidente.

Per dare un sia pur vago ordine di grandezza della capacità di mobilitazione della sinistra cremonese e del PSI, in particolare, in quell'epoca, ci si rifà qui ad un titolo: “Arrivare al 15 aprile superando le 100.000 firme – I socialisti siano alla testa di questa grande campagna che, nella situazione presente, è la più importante”.

Ma già nell'edizione precedente, a dimostrazione della profonda rispondenza popolare di quelle campagne politiche ed organizzative, L'EdP aveva annunciato: “30.000 firma raccolte per la distruzione delle atomiche – Ottimi esempi nella raccolta delle firme“

La petizione, in grado di mobilitare così imponenti risorse ideali ed umane, riguardava l'appello di Vienna “per la distruzione di tutte le bombe atomiche e l'arresto immediato della loro produzione.”

Tutto ciò compendia un capitolo della storia del socialismo che analizzeremo più convenientemente in un successivo lavoro.

Senza tuttavia, almeno, accennare ad alcuni aspetti della vastità di quella campagna ed a forme inedite di propaganda.

Attingendo da quel “pozzo di S. Patrizio' che si rivela L'Eco del Popolo, che, per quanto anticipato, annunciava:

Un grappolo di palloncini con la scritta ‘ U.E.O. – Firmate l'appello di Vienna ‘ è apparso sotto le capaci arcate della Galleria 25 aprile, destando l'approvazione e l'attenzione di centinaia di cittadini.

Pure sotto >la Galleria sono apparse le fotografie, le atrocità patite da migliaia di cittadini nei campi di sterminio tedeschi nell'ultima guerra mondiale.

Numerose svastiche sono state di nuovo bruciate in molti paesi della provincia come: Gerre Caprioli, Piadina Spino d'Adda, Soresina, Romanengo e in altri ancora.

Con ciò i giovani hanno espresso la volontà di non voler mai più vedere le divise delle SS nelle nostre contrade. (…) A Gerre Caprioli, su 800 abitanti, 726 hanno firmato

A voler essere in vena spiritosa, si potrebbe attribuire al simpatico borgo della riviera padana l'appellativo di ‘Gerre Caprioli, oltre il Morbasco, in Bulgaria”

Il ‘motore' della campagna era rappresentato dal Comitato Provinciale della Pace, che aveva come presidente Nino Zana (successivamente sostituito da Giuseppe Merlini) e l'allora giovane Franco Dolci come segretario.

Il retroterra, però, sul piano organizzativo come su quello politico, poggiava sui due partiti e sul corollario dei numerosi e potenti organismi di massa: il sindacato, la cooperazione, l'organizzazione contadina, l'associazione degli amministratori di sinistra, l'U.D.I., le organizzazioni giovanili.

Dovette essere talmente impegnativa quella campagna che, per sancirne la percezione nell'animo e nel coinvolgimento della base degli iscritti e dei simpatizzanti, fu convocato, il 12 febbraio 1955 l'organismo, previsto dal Patto d'Unità d'Azione fra socialisti e comunisti (che analizzeremo diffusamente nel successivo capitolo afferente al socialismo cremonese come movimento).

Di esso L'EdP diede, con grande risalto sull'edizione 4/55, “Il Comunicato della Giunta d'Intesa”:

La Giunta d'Intesa Provinciale del P.C.I. – P.S.I., riunitasi nella giornata di sabato 12 c.m., ha esaminato la situazione internazionale in rapporto alla campagna mondiale per la raccolta di un miliardo di firme per la distruzione di tutte le bombe atomiche e la cessazione immediata della loro produzione.

La Giunta d'Intesa ha unanimemente riconosciuto che oggi grava sui popoli una minaccia quale mai si era affacciata nel corso della storia umana: la minaccia di un conflitto atomico che può mettere in forse l'esistenza del genere umano e di ogni forma di vita sull'intero globo terrestre.

Tale minaccia è resa concreta e attuale dalla tensione esistente in Estremo Oriente e dalle recenti decisioni del Consiglio Atlantico.

Gli imperialisti occidentali, anziché accogliere le istanze distensive avanzate ripetutamente dell'U.R.S.S. e dai paesi amanti della pace,, hanno preferito perfezionare i piani di guerra atomica e rendere più profonda la frattura che divide il nostro continente, imponendo ai popoli dell'Europa occidentale, con i patti di Londra e di Parigi, un blocco aggressivo che fa risorgere il militarismo tedesco già responsabile di tanti delitti.

La Giunta d'Intesa mentre rivolge il proprio plauso a quelle istanze periferiche che hanno saputo dare corpo a numerose iniziative contro l'U.E.O., avverte la necessità che tali iniziative siano moltiplicate e migliorate nel loro contenuto politico, affinché il popolo cremonese concorra più intensamente alla lotta generale del popolo italiano che mira ad ottenere il rigetto da parte del Senato della Repubblica di tali accordi di guerra.

La lotta contro l'U.E.O. non è in contrasto con la lotta per la distruzione delle atomiche, in quanto i trattati di Londra e Parigi fanno esplicito riferimento all'adozione delle bombe ABC.

Con ciò la prospettiva di una guerra atomica diviene drammaticamente reale.

A tale prospettiva il popolo cremonese deve opporsi, firmando e facendo firmare l'appello di Vienna in cui si chiede la distruzione di tali ordigni di distruzione di massa.

Alle Sezioni, alle Cellule, ai nuclei spetta il compito di dare il massimo apporto a questa nobile crociata della vita contro la morte.

Le nostre organizzazioni di base convochino delle riunioni immediate di Giunta d'Intesa per studiare come rafforzare, e creare laddove non esiste, il Movimento dei Partigiani della Pace al quale compete la direzione politica della campagna; apporto che deve tradursi nel mettere a disposizione per la raccolta delle firme il complesso degli attivisti dei due partiti al fine di realizzare in ogni località gli obiettivi posti dal Movimento dei Partigiani della pace.

Sorga quindi in ogni comune, frazione, fabbrica, cascina, ufficio una efficiente organizzazione che, sulla base di una profonda e molteplice attività, propagandistica ed organizzativa, sappia travalicare i limiti di classe dei nostri partiti e sollevare un vasto movimento di opinione pubblica proteso a far fallire i piani dei provocatori di guerra e a spianare la strada alla coesistenza pacifica dei popoli; sorgano in ogni località decine e centinaia di raccoglitori che, politicamente ben orientati, sappiano tradurre in termini concreti il dialogo con il mondo cattolico, essenziale oggi, date le nubi minacciose che si profilano sull'orizzonte internazionale, per la salvezza della nostra civiltà.

La Giunta d'Intesa Provinciale esprime la certezza che comunisti e socialisti, memori della priorità della lotta per la pace su ogni altro problema di natura economica, sociale e  politica, sapranno assolvere con onore ai loro compiti nella mobilitazione mondiale dei popoli contro la strage atomica, per la salvezza della civiltà frutto del secolare lavoro degli uomini.

Al lavoro con slancio e fiducia nel successo!

LA GIUNTA D'INTESA PROVINCIALE DEL P.C.I. – P.S.I.

E come auspicato dalla Giunta e come anticipato poco sopra, attingendo dalle pagine del settimanale socialista, i risultati non si fecero attendere.

Ma era quello uno scenario destinato a declinare in relazione all'evoluzione, al di là delle esigenze propagandistiche, dei rapporti internazionali.

Per quanto, sminuiti od attaccati, come si è visto, dai pronunciamenti e dalla mobilitazione di massa del PSI, in quegli anni si registrano eventi, se non proprio distensivi, sicuramente in controtendenza con l'acme delle tensioni dell'immediato dopoguerra: l'armistizio in Corea del 27 luglio 1953, la Conferenza di Berlino dei Quattro Grandi – 25 gennaio/28 febbraio 1954 -, la Conferenza di Ginevra del 1° luglio 1954, scaturente nell'accordo che pone fine alla guerra d'Indocina, la comparsa sulla scena mondiale del blocco dei non allineati.

Eventi che, in qualche modo, favorirono la dismissione, nella politica estera del PSI, della deriva dell'originario neutralismo attivo a un sostanziale allineamento sovietico.

Ed il recupero di un ruolo tendenzialmente autonomo, che fece orientare Nenni, in un intervento alla Camera dei Deputati del 1953 in senso favorevole ad

Un Europa che non (voleva) vivere esitante e paurosa tra due colossi e non (voleva) diventare campo di battaglia.

Tutto ciò comportava una scelta diversa, non più tra Patto o non Patto Atlantico, ma tra…l'oltranzismo atlantico e la tendenza a mettere fine alla guerra fredda per una pace senza vincitori e senza vinti.

Sarà la premessa per un più impegnativo pronunciamento, dopo il 1955, a favore della NATO come alleanza esclusivamente difensiva.

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In merito ai due servizi pubblicati dal nostro L’Eco del Popolo riguardo allo sgradevolissimo e preoccupante episodio vandalico a danno dell’Arena Giardino abbiamo ricevuto una nota di precisazione da parte di Giorgio Mantovani, Presidente della Società Filodrammatica Cremonese. Che, non prima di aver ringraziato il mittente per l’attenzione a noi rivolta, pubblichiamo tempestivamente ed integralmente.

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America e fremiti prima dei risultati

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