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ECO-Bacheca del 1° marzo 2025

  01/03/2025

Di Redazione

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ANPC sezione di Cremona

Continua il ciclo di conferenze, organizzato dall'associazione Nazionale Partigiani Cristiani – Sezione di Cremona, in occasione degli 80 anni dalla Liberazione.

Il prossimo incontro sarà venerdì 7 marzo, ore 17.30 sempre presso la sala “Contardo Ferrini” (S. Agata – C.so Garibaldi, 121)-

L'incontro avrà come tema:  “L'antifascismo del pensare – Giuseppe Casella docente e filosofico dell'educazione”.

Sarà lo storico Matteo Morandi (Università di Pavia) a condurre l'incontro, che sarà introdotto da Franco Verdi, presidente ANPC di Cremona.

Memoria antifascista di Giuseppe Casella (1915-2001)  Docente e filosofo dell'Educazione

Il primo degli antifascismi era il pensare visto che la prima richiesta del fascismo era quella di mandare in vacanza il pensiero.

Così Giuseppe Casella introdusse, presiedendolo, un Convegno, nel 1985, “I Cattolici cremonesi e la Resistenza”, organizzato dall'allora esistente Centro Culturale della Chiesa cremonese “Giovanni Cazzani”, il grande arcivescovo che si contrappose a Farinacci.

Chi era Giuseppe Casella?

Nato a Cremona il 23 ottobre 1915, alunno del Liceo classico “Manin”, Giuseppe Casella entrò per merito (1934) al Collegio Borromeo di Pavia, laureandosi in Lettere col massimo dei voti quattro anni dopo. Collaborò con mons. Cesare Angelini, frequentò la Scuola di Perfezionamento di Filosofia Neoscolastica presso l'Università Cattolica di Milano, poi intraprese la docenza medio superiore a Rovigo. Rientrato a Cremona nel 1943, visse per intero la docenza – con intervalli dirigenziali – presso l'Istituto Tecnico per Geometri, fino al 1981, anno del pensionamento. Dagli anni 40, per più di mezzo secolo (Casella muore nel 2001), fu figura di spicco, leader intellettuale, nel gruppo Laureati Cattolici, guidato dagli assistenti Natale Mosconi (futuro vescovo) e Giglio Bonfatti, un cenacolo e un'avventura spirituale dove si incontrarono le migliori promesse del laicato cattolico cremonese,da Ennio  Zelioli Lanzini, poi parlamentare e ministro, a Ottorino Rizzi e Giovanni Lombardi, futuri sindaci di Cremona e Lombardi pure parlamentare, ai fratelli Bianchi, leader della resistenza, ai fratelli Bodini, Giovanni Puerari, Emilio Priori.

Nel feudo di Farinacci, la riflessione e la discussione sui fondamenti della Democrazia Sociale

rasentano gli estremi delle leggi penali speciali

come scrive e documenta, nel saggio “Sub imperio veritatis.Giuseppe Casella filosofo dell'educazione e uomo di scuola” (in “Annali di Storia dell'Educazione e delle Istituzioni scolastiche”- La Scuola, Brescia, 2015) lo storico cremonese Matteo Morandi, dell'Università di Pavia, che interverrà Venerdì 7 marzo, alle ore 17,30, presso il teatro di S.Agata, all'incontro commemorativo organizzato dall'ANPC (presidente Franco Verdi).

Casella fu membro del CNL di Cremona (1944) e il 28 aprile 1945 fu designato Provveditore agli Studi per la Provincia di Cremona. Il suo governo della scuola cremonese fu di breve durata, ma saggio, equilibrato, di chiara visione.

PS. (E.V.): senza invadere le prerogative, sia consentito apprezzare e condividere appieno il profilo tracciato dal Presidente Verdi. Con grande trasporto verso il ciclo delle conferenze. E verso il professor Casella. Che ho avuto l'onore di incrociare inizio anni 60 nella sua veste di docente di lettere e di vicepreside. Grande educatore e grande persona. Il mio plauso a ANPC.

ANPI Pizzighettone

Mi sia consentito: Avevo, recentemente, segnalato l'accelerazione dell'iniziativa con cui l'istituzione consiliare del Municipio di quella che fu la capitale della “repubblichina” ha abrogato l'imbarazzante onorificenza e, più a ritroso nel tempo, l'inaccettabile stand by della nostra sacrosanta campagna di demussolinizzazione del nostro amato Borgo. Che un secolo fa, subito dopo l'orrendo delitto Matteotti, mise in mostra una testimonianza fatta di eccesso di zelo verso la nascente irrigimentazione e una pratica propensione truculenta all'esercizio della violenza e alla soppressione delle prerogative antidemocratiche. Di cui, ammesso che ce ne fosse un bisogno supplementare, abbiamo trovato traccia del decreto sindacale (sindaco Azzali nominato dal CLN) con cui venne destituita dall'incarico una cospicua aliquota di dipendenti comunali macchiatisi di illegali soprusi verso la popolazione.  Se Farinacci si autodefinì "il più fascista". Il fascio Pizzighettonese sul campo e per tutto il Ventennio si sarebbe fatto percepire come "il più farinacciano". Durante tutto lo sciagurato Regime e, in particolare, nel biennio conclusivo (44-45) avrebbe dato, si fa per dire, il meglio di sé, attraverso un criminale asservimento all'occupante nazista. Alla luce di quest'ultima circostanza, si spiega facilmente, più che la riluttanza, l'esplicita opposizione all'installazione della "pietra d'inciampo" a ricordo e testimonianza dei 500 reclusi del Carcere delle Mura ed internati nei Campi (da parte degli “eredi”).  Tale opposizione, apparentemente "tematica", ha come scaturigine il rifiuto didascalico a demussolinizzare (dopo 80 anni) Pizzighettone.  Che, dal punto di vista antifascista ha un accreditato curriculum. Innescato da una forte lotta prima della "marcia" (anche grazie alla testimonianza in loco di una forte presenza delle Leghe Bianche), di costante opposizione durante il Ventennio (che ad alcuni oppositori costò il sanzionamento da parte del Tribunale Speciale e il confino), di forte partecipazione alla Resistenza politico militare (che costò la giovane esistenza dei primi due partigiani delle Brigate Matteotti, di nome Fassolo e Dognini), con l'aggiunta della significativa guida della Terza Brigata operante nella valle dell'Adda da parte da parte di Comunardo Boldori, figlio di Attilio. A Pizzighettone, di recente, si è virtuosamente costituita l'Anpi. E ciò costituisce un importante segnale di resilienza democratica ed antifascista. In linea con la nostra storia, ma anche come risposta adeguata alla persistenza di un forte profilo se non neofascio, sicuramente ispirato da negazionismo-revisione e da rapporto attenuato con le radici della Costituzione (che dovrebbe essere di prammatica per gli investiti di mandato istituzionale). Per quanto mi riguarda individualmente e per quanto riguarda la mia testata Eco, esorto le compagne e i compagni ad alzare l'asticella questa testimonianza. L'importante conferenza programmata su Matteotti è occasione (scusate il suggerimento) per rilanciare la campagna per la pietra d'inciampo e, soprattutto, per la revoca della cittadinanza onoraria. Questo indirizzo non può non integrare, a due mesi dalla celebrazione dell'80° della Liberazione, un'esternazione esplicita: l'incompatibilità celebrativa tra il nostro antifascismo e quello diun establishment comunale, che continua ad affermare che "Mussolini fece anche buone cose". Che vorrebbe, come ogni anno, celebrare il 25 aprile, anestetizzandolo nel suo profilo storico e soprattutto didattico e consegnandolo a rituali di maniera. L'80° della Liberazione non può essere celebrato così.  Viva (nella chiarezza) la Resistenza!!!

Nell'ottantesimo della Liberazione

Per il ricordo di Carlo Signorini

Carlo Signorini è nato a Milano il 10.2.1916, fin da giovane residente a Cremona. Abitava in via Fratelli Cairoli. Operaio, tecnico meccanico automobili.

Riconosciuto Partigiano combattente caduto. Nome di battaglia “Lancia”.

Socialista già nella clandestinità, dopo l'8 settembre 1943 è a capo della SAP del rione di S. Bernardo e tra i promotori della 1a Brigata “Matteotti” operante in città e Comuni limitrofi. Partecipa attivamente, con funzioni anche di comando e coordinamento, alle azioni della Brigata: procurare armi, avviare giovani alla Resistenza, sabotaggi, organizzazione...

Il 27 aprile 1945, seconda giornata della Liberazione di Cremona, due macchine del CVL si recano in perlustrazione sul tratto stradale della via Brescia tra Cremona e Robecco, in particolare per controllare un gruppo di truppa tedesca in ritirata verso nord. Sulla prima auto c'era Signorini con Giorgio Stringhini, partigiano ventenne della Brigata GL “Rosselli” e con Luigi Zucchelli, anch'egli di GL.

Partiti verso mezzogiorno erano giunti a Robecco senza particolari problemi e, verso le 15, erano sulla strada per il ritorno.

All'altezza di Pozzaglio c'era in agguato, appostato nel fosso, un gruppo di soldati tedeschi che aprivano il fuoco coi mitra sulla loro auto mentre sopravveniva.

Vennero colpiti a morte Signorini e Stringhini, Zucchelli fu ferito ma sopravvisse. I tedeschi subito dopo si eclissarono nei campi. Sopraggiunse poco dopo la seconda auto del CVL che cercò di portarli subito alla infermeria che in quei giorni era allestita nell'ospizio di via Brescia. Purtroppo, scriverà poi Mario Coppetti, Signorini e Stringhini non riuscirono ad arrivarci vivi. Carlo Signorini aveva 29 anni.

Di lui e della sua morte si legge su Fronte Democratico (8 maggio 1945) nelle carte dell'archivio ANPI con la “relazione biografica” scritta da Enrico Gianluppi “Negher” e con il “Diario storico” del 3° Raggruppamento Brigate Matteotti”, negli scritti di Armando Parlato, Mario Coppetti, Emilio Zanoni oltre che nelle pubblicazioni dell'ANPI cremonese (Quarant'anni dopo, Pietre della memoria, Fuori dalla zona grigia...). 

Estratto della ricerca di Giuseppe Azzoni, come accompagnamento dell'iniziativa di apposizione di una targa a ricordo.

Comitato provinciale ANPI Cremona

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